Sedetevi ad ascoltare
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Napoli, senza bellezza
Ho sempre pensato che fosse una questione ontologica. Non un trauma, non una difesa: una semplice assenza. Come chi non sente certi odori o il daltonismo. La Bellezza, a me, non arriva. Vedo forme, proporzioni, materia. Non sento il resto. Non è ferita, ne tantomeno un rifiuto: una mancanza di sovrastruttura. Come se in me mancasse l’organo che riceve la bellezza.
L’Amore, per esempio, lo riconosco come fenomeno sociale, come abitudine condivisa. La passione mi sembra un’intensificazione inutile del coito. Ho imparato presto a stare nel livello medio delle cose, dove nulla esplode e nulla crolla. Non soffro. Non gioisco. Funziono.
Esistere, senza picchi. Sartre mi aveva insegnato che il mondo è pieno fino alla nausea; io avevo solo imparato a non farmi coinvolgere da esso.
L’esistenza precede l’essenza
Sono arrivata a Napoli per lavoro, senza aspettarmi epifanie. Eppure tutti mi dicevano la stessa frase, con una convinzione che sembrava morale: Napoli è bellissima. Lo dicevano come si enuncia una verità naturale, incontestabile.
Io annuivo. Camminavo. Guardavo.
Vedevo palazzi costruiti per durare più che per piacere: facciate segnate, balconi piegati dal peso degli anni, finestre senza simmetria. I famosi vicoli più che stretti mi apparivano compressi, come se la città fosse stata schiacciata dall’esterno, tra il vulcano e il mare.
La gente parlava con il corpo prima che con la voce. Le chiese non elevavano lo spirito. Erano il prodotto di un accumulo secolare. Marmo, oro, ombre.
Il mare non mi consolava. Come avrebbe potuto farlo una superficie scura, mobile, attraversata da ferri e scafi?
Tutto era lì, senza mediazione. La città non si offriva, si imponeva.
I turisti fotografavano. Sempre. Cercavano un punto, una luce, un frammento da fermare. Io non capivo cosa stessero cercando di trattenere. Se avevano tutto a portata di mano, perché fermarlo in un’immagine? Napoli mi sembrava interamente presente, senza distanza. Nessun mistero: solo strati che non avevano mai avuto il tempo di diventare passato.
La sera tornavo a casa stanca, ma ferma nel mio presente. Pensavo che questa osannata Bellezza fosse una lingua che non avevo studiato e che, in fondo, non mi sarebbe mai servita.
Sono rimasta abbastanza a lungo da non stupirmi più. Abbastanza poco da non affezionarmi. Poi me ne sono andata. Un altro lavoro, un’altra città. Più ordinata. Più silenziosa. Qui le strade rispettano le distanze. I palazzi si lasciano guardare. Il cielo non viene interrotto da guglie, antenne e campanili. Tutto è comprensibile. Tutto procede in linea retta. Le voci non entrano dalle finestre. Il tempo non mescola passato e presente.
È stato lì che qualcosa è iniziato a mancare.
Non il senso della Bellezza. Quello non l’ho mai posseduto, quindi non potevo perderlo né apprenderlo. Mancava altro.
La densità.
La continuità invadente.
A Napoli tutto era a portata di mano: le voci, il nonsense che non si separava mai da se stesso, la possibilità costante di essere disturbata. Qui il mondo resta composto. Educato. Non invade. E io, per la prima volta, ho avvertito una frattura minima, ma persistente.
Non era un ricordo. Non era un’immagine. Era un vuoto preciso, allo stomaco. Come se avessi lasciato qualcosa lì senza sapere cosa fosse. Avevo avuto l’opportunità di prendere, di afferrare, di sporcarmi. Non l’avevo fatto. Per scelta o per incapacità. Quella mancanza non chiedeva spiegazioni.
Solo di essere percepita.
Negli ultimi giorni, fatto nuovo per me, tenevo sempre la stessa musica in sottofondo. Non saprei dire che genere fosse. Non la ascoltavo davvero.
Stava lì.
Secca.
Ripetitiva.
Come un bambino cresciuto che non chiede attenzione ma non sopporta l’indifferenza . Non mi dava piacere ascoltarla. Non mi dava sollievo. Mi aiutava a restare presente a me stessa. Cercavo continuità, forse emozione. Un suono che non spiegasse nulla, che non mi portasse da nessuna parte. Qualcosa da capire, forse.
“When the train left the station, it had two lights on behind.”
Dicono che la nostalgia sia blu. Io non l’ho mai vista come un colore. L’ho sentita come una pressione bassa, costante. Non un dolore. Una sottrazione.
Napoli non mi aveva insegnato la bellezza.
Mi aveva insegnato ad ascoltare il mio corpo.
Me ne sono accorta solo quando ho avuto bisogno di qualcosa che stesse lì, al suo posto, senza chiedermi niente.



