Napoli, nello stesso punto

napoli, nello stesso punto disegno a penna su carta avorio soggetto tre scene
disegno di Antonio Nacarlo


Ci hanno cresciuti con l’idea che Napoli tenesse tutto insieme, che bastasse passarci dentro per restarci, come se la città non avesse margini veri ma solo punti di passaggio, e invece a me è sempre sembrato il contrario: le cose arrivano fino a un certo punto e poi si fermano, non entrano davvero, restano appoggiate ai bordi senza mescolarsi.

Abito vicino alla stazione, non proprio sopra, ma abbastanza da sentire i treni quando passano e da riconoscere il rumore dei freni anche senza guardarli, e la gente che si muove da queste parti sembra sempre in transito, anche quando torna a casa. Non è che non si vedano, si vedono, solo che non si incontrano. Scendendo per le scale del palazzo incontro sempre qualcuno, ci si sposta appena per far passare l’altro, un cenno con la testa, e finisce lì, ognuno riprende il proprio ritmo senza portarsi dietro niente. Anche fuori è così, i negozi, i bar, le persone che si fermano il tempo necessario e poi spariscono dentro un’altra direzione che non è mai la stessa della tua.

Io ho smesso di lavorare da poco, non per una cosa precisa, più una serie di ritardi che non riuscivo a spiegare: arrivavo sempre qualche minuto dopo, anche quando uscivo in orario, e alla fine hanno smesso di chiedere. Adesso esco lo stesso, porto il cane verso la stazione, facciamo sempre lo stesso giro, lui parte deciso e poi si regola, come se sapesse già dove finisce il percorso. Io invece ogni tanto devo pensarci, non perché cambio strada, ma perché alcuni passaggi non restano uguali.

Niente di evidente. Una scala che sembra più corta. Un angolo che arriva prima.

All’inizio non ci ho fatto caso. Quando rifai sempre lo stesso giro è normale confondere i dettagli, li dai per scontati e poi non li riconosci più. È una cosa che succede. Solo che a un certo punto ho iniziato a segnarmeli, non per capire cosa cambiava, ma per capire se stavo sbagliando io.

Da quel giorno ho iniziato a uscire con un giro preciso in testa. Non più uno solo. Ne ho segnati diversi, quartieri che conosco abbastanza da non doverci pensare, strade dove ho camminato altre volte senza fermarmi, passaggi che non chiedono di essere ricordati perché tornano da soli. Li ho messi in fila sulla Moleskine, uno sotto l’altro, senza collegarli. Non cercavo un percorso unico. Volevo vedere se tenevano separati.

Ho iniziato a scattare nello stesso modo, sempre. Tre foto per ogni punto. Una come veniva, una più chiara, una più scura. Non ci ho ragionato sopra, è una cosa che avevo imparato a scuola, quando ancora disegnavo più di quanto guardassi, e mi è tornata così. Accanto ho iniziato a segnare quello che potevo: il punto preciso, l’ora, il modo in cui cadeva la luce, senza parole inutili, solo quello che bastava a ritrovare il passaggio.

All’inizio mi sembrava inutile. I posti erano quelli, ogni volta. Le facciate, i balconi, le insegne, le distanze tra una cosa e l’altra. Tutto al suo posto. Eppure non restava nello stesso modo. In alcuni punti la luce cambiava senza cambiare davvero, come se si spostasse di lato. In altri i colori si appiattivano, non diventavano grigi, perdevano profondità. L’azzurro tornava e spariva. Non nello stesso giorno. Non nello stesso punto.

Stavo fermo più del necessario. La gente passava senza fermarsi, qualcuno mi guardava, non con curiosità ma con quella distanza che si tiene con chi non appartiene al movimento. Un paio di volte qualcuno si è spostato per passarmi davanti, senza incrociare lo sguardo. Non davo fastidio. Non entravo. Ero uno che fotografava senza un motivo visibile.

Ho continuato così per giorni, senza cambiare il modo. Non cercavo il momento giusto. Ripetevo. Segnavo. Ritornavo. A casa mettevo insieme le foto e gli appunti, senza cercare una conclusione, solo per vedere se le cose restavano dove le avevo lasciate. Tenevano. Tenevano tutte. Era il resto che non si lasciava mettere in fila.

A un certo punto ho smesso di scegliere i luoghi. Sono stati loro a tornare.


Per un po’ è tornato tutto a posto. Non all’improvviso, più come quando le cose si rimettono da sole nella posizione giusta e smetti di controllarle una a una.

Mi hanno chiamato per un lavoro a due passi da casa, orario comodo, più soldi di prima, niente da inseguire, e ho accettato senza pensarci troppo. Le giornate hanno ripreso a scorrere. Uscivo, lavoravo, tornavo. Il cane si regolava da solo, il giro breve la mattina, quello un po’ più lungo la sera, senza arrivare alla stazione.

La Moleskine è rimasta sul tavolo. Chiusa. I rullini li avevo lasciati al laboratorio e non ci ho più pensato. Non serviva. Quello che avevo visto si era sistemato da solo, come succede quando forzi troppo una cosa e poi la lasci andare. Mi è venuto da pensare che fosse stato solo un periodo. La perdita del lavoro, il tempo vuoto, le uscite ripetute senza un motivo preciso. Una forma di ipersensibilità, qualcosa che si accende quando non hai altro a cui appoggiarti. Poi passa. E infatti era passato.


È stato il cane. Una mattina è scappato. Non correva mai, non tirava, e invece ha strappato il guinzaglio e ha preso una direzione che non era nel giro, senza voltarsi. L’ho seguito senza chiamarlo.

Si è fermato davanti a una vetrina. Lo studio. Quello dove avevo lasciato i rullini.

Sono entrato. Mi hanno riconosciuto senza dire niente. Hanno preso una busta da sotto il bancone e me l’hanno passata. Non ho controllato. Sono uscito.

A casa ho appoggiato tutto sul tavolo. Non avevo fretta. La stanza era quella di sempre, il cane si è rimesso al suo posto, il rumore dei tubi, i passi nel corridoio. Ho aperto la busta.

Non è stato quello che ho visto. È stato il modo in cui il corpo ha reagito. Un vuoto preciso, come quando perdi l’equilibrio senza cadere, e per un attimo non sai dove mettere il peso. Le mani ferme. Il respiro corto. La luce uguale, ma non teneva più le cose nello stesso modo.

Ho chiuso gli occhi per capire se restava. Quando li ho riaperti, le foto erano ancora lì.


Ho svuotato la busta sul tavolo e ho separato le foto per luogo, seguendo quello che avevo scritto sull’agenda. Per ogni punto c’erano tre immagini, stessa inquadratura, stessa distanza, stessi riferimenti ai bordi del fotogramma, e dentro non cambiava la resa, cambiava il posto.

Un palazzo napoletano, intonaco scrostato, balconi stretti, fili tesi; subito dopo, nello stesso identico taglio, un grattacielo di vetro e metallo; poi, nello stesso punto ancora, un albero isolato e un asino legato.

Non era un caso isolato. Era tutta la serie. Novanta scatti. Trenta gruppi. Trenta posti segnati sull’agenda.

Ho controllato i negativi. La sequenza tornava. I tempi di posa combaciavano. Non c’era errore. Il gesto era uno. Il risultato no.


Adesso, se provo a rimettere in ordine quello che è successo, non parto più dalle immagini ma da come mi avevano insegnato a pensare questa città, perché mi accorgo che tutto quello che ho visto sta lì, dentro quell’idea che ho sempre preso per buona senza controllarla davvero.

Dicevano che Napoli assorbe, che mescola, che non lascia niente fuori, che basta attraversarla per diventare parte di quello che tiene insieme, e per anni ho camminato senza farmi domande, convinto che le cose funzionassero così anche quando non le guardavo. Poi ho iniziato a sentire il contrario, non come una teoria ma come una sensazione che si ripeteva nei passaggi più semplici, dove qualcosa non si incastrava, restava vicino ma separato.

Quello che è successo non ha cambiato la città. Ha tolto l’illusione che fosse una sola. Quello che chiamavamo poroso forse era solo il modo in cui ci raccontavamo una continuità che non c’era, perché quello che ho visto tiene solo se si accetta che i luoghi non si mescolano, che stanno uno accanto all’altro senza toccarsi, come piani che condividono lo stesso spazio ma non lo stesso accesso.

Io non ho cercato di attraversarli. Non saprei dire quando è successo. So solo che a un certo punto ho capito che il problema non era scegliere quale fosse quello giusto. Il problema era che non si lasciavano ricondurre a uno solo.


Dopo non ricordo con precisione come sono arrivato qui.

Lei mi ha fatto parlare fino alla fine. Mi ha chiesto poco delle foto, più di me.

A un certo punto ha preso la Moleskine e l’ha aperta. Ha guardato le pagine con una calma che non era professionale. Il modo in cui si guarda una cosa che non sorprende. Ha tirato fuori alcune foto, le ha tenute in mano, poi le ha rimesse dentro.

Quando si è alzata non ha detto niente. È rimasta un momento sulla porta, di spalle. Ho avuto l’impressione che sorridesse, non a me.

Poi se n’è andata.


La Moleskine non è sul tavolo.

Le foto sì.

Un palazzo. Un grattacielo. Un asino legato a un albero.

Napoli che assorbe, dicevano. Che mescola. Che non lascia niente fuori.

Forse era vero. Solo che avevamo sbagliato il soggetto.

Non è la città che assorbe le cose.

Sono le cose che la città decide di tenere.

Le foto sono ancora lì.

La Moleskine no.

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