Migliaro e l’arte ai tempi del colera

L’arte ai tempi del colera

Parafrasando il racconto di Márquez: quando l’arte difese la memoria della città.

Ritratto di Vincenzo Migliaro - disegno di Antonio Nacarlo
Vincenzo Migliaro — disegno di Antonio Nacarlo.

L’estate del 1884 portò su Napoli l’ombra del colera. In poche settimane oltre diecimila persone persero la vita. Un operaio guadagnava tra i 15 e i 20 centesimi di lira all’ora, per giornate di almeno dodici ore. Un pezzo di pane costava ventiquattro centesimi e per le strade i pianini ripetevano la canzone Napulitanata di Di Giacomo e Costa, vero tormentone di quell’anno.

Dal censimento del 1881 emerge che, nella sola cinta muraria dell’ex capitale duosiciliana, risiedevano 535 mila abitanti, con una densità superiore a Londra e Parigi ma su un perimetro urbano quasi dimezzato. La rapidità e la devastazione dell’epidemia furono attribuite alle precarie condizioni igienico-sanitarie dei quartieri popolari e all’inquinamento della falda acquifera, dovuto a una rete fognaria insufficiente.

La legge speciale e il “piccone risanatore”

Nel 1885 il governo Depretis approvò la legge speciale per il risanamento di Napoli, un piano urbanistico radicale che prevedeva lo sventramento della città: abbattimenti e ricostruzioni ex novo lungo le arterie di Mercato, Porto, Pendino e Vicaria, oltre a due nuove aree residenziali per i meno abbienti a est e a ovest del centro storico. Furono stanziati 100 milioni di lire.

Negli anni dei lavori furono demolite 170 mila abitazioni, 64 chiese, 144 strade e 56 fondaci. Le opere d’arte provenienti dalle chiese destinate alla demolizione furono trasferite al Museo di San Martino.

L’intuizione di Giulio De Petra

L’allora direttore del Museo di San Martino, Giulio De Petra, chiese al Ministero della Pubblica Istruzione di commissionare dipinti che conservassero memoria di piazze e vicoli prima dell’arrivo dei “picconi risanatori”. Come scriveva al direttore del Museo delle Antichità di Napoli, Alberto Aveno:

“Solo l’arte avrebbe potuto conservare per sempre la memoria delle piazze e dei vicoli abitati dalla plebe napolitana; memorie di vizi ma anche di virtù e soprattutto di sofferenze secolari.”

Vincenzo Migliaro: la verità dei vicoli

La scelta cadde su Vincenzo Migliaro per l’accuratezza del vero e l’attenzione al particolare: lontano dai folklorismi delle vedute, vicino alla vita minuta del popolo. Napoletano dei Quartieri Spagnoli, figlio di un cantiniere e di una ricamatrice, arrivò alla pittura accademica passando dal mestiere di decoratore e dalle scuole serali. Allievo di Domenico Morelli, fu moderno nella scelta dei tagli e fedele alla realtà del vicolo.

Galleria: i luoghi di Migliaro

Vincenzo Migliaro - Vico Cannucce al Porto
Vico Cannucce al Porto
Vincenzo Migliaro - Strettola degli Orefici
Strettola degli Orefici
Vincenzo Migliaro - Strada del Pendino
Strada del Pendino
Vincenzo Migliaro - Vico Grotta e Vico Forno (Pallonetto a Santa Lucia)
Vico Grotta e Vico Forno (Pallonetto a Santa Lucia)

Tra il 1888 e il 1903 Migliaro dipinse dieci tele memorabili che ci restituiscono, con sguardo autentico e disincantato, i lacerti di una Napoli che stava cambiando. Pur godendo di fama (medaglia d’argento all’Esposizione di Barcellona del 1911), non fu mai ricco e continuò a dipingere la sua città fino alla morte nel 1939.

Il risanamento e le promesse mancate

Le vere promesse mancate furono quelle del Risanamento. L’inchiesta del commissario regio Giuseppe Saredo (1891) accertò che fu realizzato solo un quinto di quanto previsto, spendendo oltre il doppio dello stanziamento iniziale. Con 250 milioni di lire investiti non si costruirono scuole, ospedali o servizi pubblici; le nuove case, edificate con fondi privati, finirono alla borghesia, con affitti di 50 lire mensili. Gli oltre ottantamila sfollati si dispersero tra periferie, vicoli superstiti e le “grotte dei funari” al Monte Echia.

Memoria e attualità

Il Risanamento anticipò ombre che riconosciamo ancora: appalti opachi, intrecci tra politica e malaffare, modernità promesse e tradite. La memoria però resiste: nei dipinti di Migliaro, nelle cronache e in chi, oggi, guarda Napoli “da vicino”, per capirla prima di giudicarla.

Le opere di Vincenzo Migliaro citate in questo articolo sono conservate presso il Museo della Certosa di San Martino , Napoli.

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