Racconto natalizio

Osteria San Pasquale – disegno di Antonio Nacarlo
Non era soltanto un luogo dove si beveva vino e mangiavano alici fritte e spaghetti. L’osteria San Pasquale, nel cuore del Vasto, era un piccolo mondo con regole proprie, severe e non scritte. Bastava varcare la soglia per capire che lì dentro non comandavano né la legge né la camorra, ma un codice antico, tramandato dai padri ai figli.
Quel codice pretendeva compostezza. Voce bassa, rispetto per chi stava al tavolo, gesti misurati. Non si bestemmiava, non si parlava sguaiatamente delle donne, non si giocava d’azzardo. Tre regole semplici e ferree, dietro le quali si muoveva un ordine più vasto, fatto di consuetudini taciute e di sguardi che bastavano a richiamare all’ordine. Chi non le rispettava rischiava di sentirsele ricordare dalle mani robuste di don Salvatore, oste e custode di quell’universo.
Non era un luogo di anarchia, ma di disciplina. La cantina insegnava che la libertà non è sfrenatezza, ma rispetto. C’era chi diceva, con ironia amara, che “’a cantina è l’anticamera d’a galera”. In verità, era piuttosto l’anticamera della comunità: un posto dove si imparava a contenere la voce, a pesare le parole, a riconoscere l’altro. La parola valeva più di un contratto, e il vino serviva a scaldare i cuori, non a spegnere la mente.
Nei giorni d’inverno, quando l’aria di Napoli si faceva pungente e le strade si riempivano di presepi e zampogne, l’osteria diventava un rifugio. Non di vizio, ma di umanità. Don Salvatore, amabile e nerboruto, sapeva che dietro ogni volto c’era una storia di fatica, di speranza, di attesa. E proprio a Natale, quando le regole sembravano più dure, accadeva che la porta si aprisse a chi non aveva nulla: un viandante, un povero, un bambino. Allora il codice si piegava, e la legge non scritta diventava una sola: accogliere.
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Sono tornato dopo tanti anni, e mi è costato fatica. Sapevo che il presente avrebbe cancellato ogni ricordo bello, e non mi sbagliavo. L’atmosfera da presepe napoletano era svanita.
Un tempo si partiva dall’aria: umida per i milioni di litri d’acqua gelata sversata nelle vasche dei capitoni vivi, densa del fumo dei falò improvvisati nei bidoni dell’olio, colorata dagli immensi ombrelloni che coprivano le bancarelle. Odori di pesce, spezie e vino si mescolavano ai richiami dei pescivendoli, alle voci dei verdummari, al negozio di don Antonio il baccalaiuolo, con le sue olive e le papaccelle. Era un concerto irripetibile.
Ora non più. Al posto di quel brulichio, solo un’accozzaglia ordinata e muta. Banchi squadrati e uguali, merce anonima, la stessa roba cinese ripetuta all’infinito. Nessuna voce di richiamo, nessun odore, nessuna sorpresa.
La cantina San Pasquale sembrava però immobile nella sua fissità. Uguale a se stessa, immanente più del tempo. Il presepe nella botte tagliata, il bancone con le botti abbellite coi gessetti colorati, i pochi tavoli sempre occupati. Ma non accoglievano più lo stesso popolo di sciacquanti, bevitori incalliti e operai della Fiat. Al loro posto turisti e viaggiatori, cavallette assetate di folklore, succhiatori di emozioni a basso costo.
Eppure, anche senza di lui — don Salvatore non c’era più da tanti anni — la sua presenza aleggiava.
Forse tornare era stato un errore. O forse no.
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«Salvatò!»
La voce mi colpì come un tuono. Un anziano mi fissava, tremante, con gli occhi pieni di stupore. Per un istante credette di avere davanti mio padre. Io sorrisi, con una stanchezza che conoscevo bene.
«Vi sbagliate. Io sono l’ultimo dei suoi sette figli, il più piccolo.»
Rimase in silenzio, poi si sedette accanto a me. Le mani callose tremavano, la voce si fece roca mentre raccontava.
«Era la vigilia di Natale del 2002. Ero appena uscito da Poggioreale, dopo vent’anni. Non avevo un soldo, né un cappotto, né scarpe decenti. Il mondo era cambiato, io no. Mio figlio, tra mille sacrifici, si era laureato ed era diventato un avvocato famoso. Non volevo rovinargli le feste, non volevo portare la mia faccia di carcerato nella sua nuova vita… Vagavo da ore al freddo… con brutti pensieri.»
Abbassò lo sguardo. Io sentii il gelo di quelle parole.
«L’unico posto che ricordavo era la cantina di tuo padre. Era sera tardi. Lui stava sistemando le lucine davanti alle figure dei santi e dei morti. Quando mi vide, mi sorrise. Mi chiamò per nome, come Isaia dice che Dio fa con i suoi figli. Fui accolto. fui sfamato. Poi mi regalò il suo cappotto di cachemire, il borsalino, duecento euro e una bottiglia di spumante. Mi accompagnò al treno. Rimase lì finché non partì. Quella notte di Natale tornai da mio figlio. E lui mi aspettava, mi voleva nella sua vita.»
Tacque.
«Sono tornato oggi per restituire quel debito. Perché tuo padre mi ha ridato la dignità.»
Lo guardai a lungo.
«Forse vi confondete. Mio padre è morto nel 1992.»
Lui tirò fuori un vecchio biglietto del treno, ingiallito. Stampigliato nell’angolo della convalida una data: 24 dicembre 2002.
A mia volta presi dal portafoglio una fotografia di mio padre. Sul retro si leggeva il giorno della sua fine terrena. L’uomo scoppiò a piangere. Io no.
Io sapevo.
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Perché nella cantina di don Salvatore le regole non erano soltanto proibizioni.
C’erano anche obblighi, antichi e sacri, che da bambino avevo visto compiere senza capirne il senso.
Prima di chiudere, alla sera della vigilia, si univano due tavoli e si imbandivano di vino e pane, olio e sale, acqua e carne, poi dolci e pesce. Una fatica ulteriore, dopo settimane di lavoro. Solo ora comprendo: era la tavola per i morti, per le anime del Purgatorio, ma anche per i vivi che bussavano alla porta.
Mio padre, come tanti buoni cristiani di una volta, dava da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestiva gli ignudi, accoglieva i pellegrini, visitava i carcerati, consolava gli infermi, accompagnava i morti. Lo faceva, come tutti, senza proclami, senza ostentazione, con la forza semplice del padre di famiglia che conosce la Misericordia.
Quella tavola imbandita era il segno di un miracolo vero, un miracolo che non aveva niente a che fare con la santità. La bontà di quei napoletani che, anche dopo la morte, continuano a camminare tra gli uomini attraverso la memoria e la gratitudine di chi li aveva incontrati sulla terra.

Antonio Nacarlo



