A Napoli «lazzaro» ha indicato per secoli una condizione sociale, una presenza urbana e infine un’identità. Intorno a quel nome si raccolgono povertà, lavoro, devozione, violenza e un singolare sentimento della libertà.
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Una città piena di poveri
Tra Cinquecento e Seicento Napoli conobbe una crescita demografica impressionante. L’inurbamento dalle campagne portò nella capitale del Regno una massa enorme di popolazione. Gli storici ricordano il passaggio, in un periodo relativamente breve, da circa centomila a circa quattrocentomila abitanti. Con la città crebbe anche la povertà, articolata in livelli. Il proletariato clientelare dei palazzi (servi, camerieri, cocchieri, paggi legati alle grandi famiglie), gli artigiani e i lavoratori specializzati, e più in basso quella parte della popolazione che viveva di mestieri umili, lavoro occasionale, facchinaggio e piccoli espedienti.
È in questo strato più basso che si colloca il lazzaro, non l’intera plebe napoletana, ma la sua componente più marginale. Benedetto Croce ricorda tra quelli facchini, lavoratori e apprendisti dei mestieri più umili. Funaiuoli, ferrari, ottonieri, stagnini, chiavettieri, conciatori, sarti, calzolai. Accanto a loro, persone prive di un’attività stabile, costrette a vivere di espedienti. È un dettaglio che conta: il lazzaro non ha mai avuto un padrone fisso proprio perché non aveva un mestiere fisso e forse è da questa condizione materiale, prima ancora che da un temperamento, che nasce la sua idea di libertà.
Da dove viene la parola «lazzaro»?
Sempre Benedetto Croce dedicò al problema un’indagine specifica, Varietà intorno ai Lazzari, pubblicata nel 1905 sulla rivista Napoli nobilissima, riprendendo una questione già affrontata dall’abate Ferdinando Galiani. Secondo una prima congettura, il termine sarebbe passato dai lebbrosi ai popolani: i malati di lebbra erano associati a san Lazzaro e ricoverati nei lazzaretti. Ma il passaggio semantico resta oscuro, come si arriva da «lebbroso» a «plebeo»? Croce trova una risposta più convincente nella lingua spagnola. Nell’antico spagnolo laceria indicava tanto la lebbra quanto la miseria. Lázaro poteva significare «povero», «cencioso», «pezzente»; esisteva anche lazarillo, riferito a ragazzi poveri e malandati.
La presenza spagnola a Napoli rende questa derivazione plausibile, tanto più che il termine sembra comparire proprio nel momento in cui la plebe napoletana assume un ruolo politico straordinario: la rivolta del 1647. Croce osserva che prima di quella data la parola, nel senso poi assunto, non compare nei principali testi della letteratura dialettale napoletana. È dunque possibile che «lazzaro» sia entrato nel vocabolario politico e sociale della città proprio durante la sollevazione di Masaniello. L’ipotesi è suggestiva: gli spagnoli, o i napoletani più vicini alla loro lingua e ai loro costumi, avrebbero chiamato quella folla di popolani laceri e seminudi che circondava Masaniello una «turba de lázaros».
Il lazzaro e l’arte di arrangiarsi
Il lazzaro viveva in una condizione di povertà estrema, ma Napoli era una città capace, paradossalmente, di offrire ai poveri una quantità enorme di possibilità informali di sopravvivenza ed è qui che entra in gioco una parola fondamentale della cultura napoletana: arrangiarsi. Il lavoro poteva essere saltuario: piccoli mestieri, servizio presso botteghe e mercanti, trasporto di merci, garzonaggio, il recupero di ciò che altri buttavano via. C’erano l’elemosina, le porte dei conventi, delle chiese e dei palazzi, le feste pubbliche e religiose, le occasioni offerte dalla vita collettiva dei vicoli e dei fondaci.
Lo storicista Giuseppe Galasso, insiste proprio su questa capacità della città di offrire «infinite possibilità di arrangiarsi». Per lungo tempo il clima mite di Napoli e la vita all’aperto hanno alimentato una rappresentazione idilliaca del lazzaro: dormire sotto il cielo raccontato come libertà, quando spesso significava semplicemente non avere una casa. La festa poteva essere gioia autentica, ma anche una pausa dalla fame. La povertà restava povertà e nessuna disinvoltura mediterranea la cancellava.

Il mito dell’ozio
Nessuna caratteristica del lazzaro è stata tanto fraintesa quanto il suo rapporto con il lavoro. I viaggiatori stranieri videro a Napoli una quantità impressionante di persone che trascorrevano molto tempo per strada, e da qui nacque l’immagine del lazzarone ozioso, indolente, incapace di sottoporsi alla disciplina del lavoro. Johann Wolfgang Goethe ebbe il merito di mettere in discussione questa rappresentazione. Nel suo Viaggio in Italia racconta di aver cercato quei famosi oziosi di Napoli, e di aver trovato invece persone che aspettavano un lavoro, persone che si riposavano dopo aver lavorato, bambini impegnati in piccoli mestieri, garzoni e fattorini.
Libertà, religione e Vesuvio
Alexandre Dumas, nel Corricolo, ha lasciato una delle rappresentazioni più celebri del lazzaro: non avrebbe padroni e vivrebbe secondo i propri bisogni immediati, dorme quando ha sonno, mangia quando ha fame, beve quando ha sete. È una descrizione letteraria, da leggere come tale, ma contiene l’elemento che qui interessa davvero: l’idea di un uomo che possiede pochissimo e proprio per questo considera preziosa la propria autonomia. Una tradizione popolare attribuisce ad un lazzaro una frase che vale più di molte pagine di analisi:
«Primma San Gennaro, poi lo rre e poi è d’a mia»
Prima san Gennaro, poi il re, poi lui stesso. Non è un proclama di indipendenza assoluta: è un ordine di fedeltà, dal più concreto al più vicino. San Gennaro proteggeva la città in modo tangibile. La devozione popolare mescolava fede, superstizione, magia e bisogno, e il santo era percepito come una presenza quasi domestica, capace di intervenire nelle emergenze quotidiane. Il re, più lontano, veniva dopo. E infine il lazzaro stesso, ultimo garante della propria sopravvivenza quando né il cielo né la corona bastavano. Accanto a san Gennaro c’era il Vesuvio: divinità e vulcano, protezione e catastrofe, i due poli tra cui il lazzaro negoziava ogni giorno la propria sicurezza. È questa la gerarchia di prossimità di cui si diceva in apertura, ed è questa a spiegare, meglio di qualunque etichetta politica, perché il lazzaro sappia insorgere e sappia restare fedele, spesso a distanza di poche settimane.
Masaniello e la nascita politica del lazzaro
La rivolta del 1647 è il momento in cui il lazzaro entra definitivamente nella storia politica di Napoli. Il conflitto nasce dall’opposizione alle gabelle imposte dal governo vicereale spagnolo, che colpivano anche beni essenziali. Tommaso Aniello d’Amalfi, Masaniello, diventa il volto della rivolta. Intorno a lui si raccolgono popolani, ragazzi, mendicanti, lavoratori, con una capacità di mobilitazione che va oltre la semplice esplosione spontanea. Gli storici ricordano le compagnie organizzate e l’impiego dei giovani nelle azioni di piazza. Ma il bersaglio della rivolta non era il vice re. Ma i ministri, gli eletti, i gabellieri, il potere intermedio. Il re spagnolo restava, nella mentalità popolare, una figura da correggere attraverso i suoi rappresentanti corrotti, non da abbattere.
Non stupisce allora che il popolo che sostiene Masaniello finisca per rivoltarsi contro di lui. Non è un tradimento incoerente, è la stessa logica di prossimità che si applica anche al proprio capo quando smette di essere percepito come uno di loro. La plebe napoletana può insorgere contro un potere e, poco dopo, riconsegnarsi a un altro, non per incostanza, ma perché la fedeltà, per il lazzaro, non si deve mai a un’idea, si deve sempre a qualcuno.

Dal 1799 al mito del popolo combattente
La stessa logica torna, più drammatica, nella Repubblica napoletana del 1799. Quando le truppe francesi entrano in città, una parte della plebe napoletana combatte contro i repubblicani. I lazzari diventano protagonisti della resistenza popolare e, poi, della riconquista della città da parte delle forze sanfediste guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo. La storiografia ricorda il loro ruolo nella caduta della Repubblica e nella violenza che accompagnò quelle giornate. Ai giacobini napoletani, per lo più aristocratici e intellettuali, il lazzaro apparve come il tradimento della propria stessa causa. Il popolo che avrebbe dovuto liberarsi si schierava con la Chiesa e con la corona in fuga. Ma i rivoluzionari parlavano il linguaggio dei diritti universali, dei princìpi, della nazione astratta, un potere che il lazzaro non poteva vedere né toccare.
L’occhio dei viaggiatori
Il lazzaro era intanto diventato una delle grandi attrazioni del Grand Tour. I viaggiatori arrivavano a Napoli cercando il Vesuvio, Pompei, il mare, le rovine, ma cercavano anche i lazzari, ed è qui che la logica di prossimità, così chiara dall’interno, sparisce quasi del tutto dallo sguardo di chi osservava da fuori. Montesquieu li liquidò con durezza, vedendo in quei «cinquantamila-sessantamila straccioni» il semplice prodotto della miseria e del malgoverno del Regno. È un giudizio che coglie l’effetto, ma non la struttura che la regge. Per Montesquieu il lazzaro è un dato demografico e politico, la conseguenza di cattive istituzioni, non un soggetto con una propria logica interna.
Carlo Augusto Mayer, da parte sua, insisteva sulla tendenza del lazzaro ad approfittare dei momenti di disordine per impadronirsi dei beni dei ricchi. Montesquieu vede il numero, Mayer vede il gesto; nessuno dei due vede il perché.
Goethe è l’eccezione che conferma la regola. Cercando gli oziosi di Napoli e trovando invece persone in attesa di un lavoro, si avvicina (l’unico tra i grandi viaggiatori a farlo davvero) a quella prossimità che per il lazzaro era tutto.
Una figura difficile da giudicare
Giuseppe Galasso ha espresso con particolare efficacia questa contraddizione. La fama del popolino napoletano come sporco, rumoroso, superstizioso, violento e pronto al saccheggio poteva avere una base concreta nei fatti, ma quella fama dimenticava troppo facilmente la massa di miseria e sofferenza da cui quei comportamenti scaturivano. Non assolverlo, non condannarlo: capire la logica, di prossimità, di necessità, di fedeltà concreta, che lo muoveva.
La fine del lazzaro e la nascita di un mito
Con l’Ottocento la figura storica del lazzaro comincia a trasformarsi. Il mondo sociale che l’aveva prodotto cambia. Cambiano la città, il lavoro, i rapporti di potere e al suo posto emerge progressivamente un’altra figura, quella del guaglione e dello scugnizzo. Il passaggio non è netto: le due immagini si sovrappongono a lungo. Il lazzaro diventa memoria, letteratura, teatro, pittura. Francesco Mastriani ne fa un protagonista della narrativa popolare. Dumas lo racconta ai lettori europei, i pittori lo fissano nelle strade della città. Ma proprio qui nasce il rischio di perdere ciò che si è appena ricostruito. Quando una figura storica entra nel mito, la miseria può diventare colore, la fame folklore, la precarietà spensieratezza e la logica che teneva insieme rivolta e fedeltà, festa e fame, si dissolve nel bozzetto pittoresco.
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Bibliografia
Le opere qui raccolte costituiscono i principali riferimenti bibliografici utilizzati per la ricostruzione storica e culturale della figura del lazzaro napoletano.
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