La Gatta Cenerentola, cinquant’anni dopo

Cinquant’anni fa Roberto De Simone riportò in scena la voce sommersa di Basile: un patrimonio culturale che continua a parlare al presente.

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la gatta cenerentola

Quando nel 1976 Roberto De Simone porta in scena la Gatta Cenerentola compie un atto radicale. Riaprire una ferita nella memoria, restituire voce ad una cultura sommersa. Rimettere cioè in circolo un sapere quasi scomparso, quello della fabula, del cunto. Generi relegati nel cuore di bambini ormai divenuti vecchi e che nessuno aveva più voglia di ascoltare. A cinquant’anni di distanza, la domanda non riguarda il successo che lo spettacolo riscosse, quanto ciò che quell’opera ha riportato alla luce.

Il cuore antico: Basile e il mondo dei cunti

Alla base c’è Giambattista Basile e il suo Lo cunto de li cunti, raccolta ancora oggi poco frequentata, quasi marginale rispetto alla tradizione fiabesca europea più nota. Eppure in quei racconti si conserva un mondo intero. Non solo fiabe per l’infanzia ma narrazioni di passaggio, racconti della notte che aggregavano le comunità contadine come un respiro collettivo. Il cunto era gesto, voce, ritmo, corpo, ma soprattutto morale educativa.

La Cenerentola nasce a Napoli, nella penna di Basile, molto prima di Perrault e dei Grimm, ai quali la tradizione europea consegnerà una versione via via più levigata della fiaba. Quella napoletana è invece una storia feroce, sensuale, grottesca, segnata da inganni, violenza e comicità. Zezolla partecipa all’uccisione della prima matrigna, viene sopraffatta dalla seconda e dalle sei sorellastre, e trova infine la propria rivincita attraverso una serie di prodigi che appartengono all’immaginario meridionale.

De Simone mette in scena Basile ascoltando il suo richiamo universale. Da quell’ascolto costruisce una macchina scenica in cui lingua, musica e rito tornano a coincidere. Arricchendo la materia originaria con archetipi junghiani quali il munaciello, i femminielli, le lavandaie. La sua Gatta Cenerentola restituisce così alla fiaba la singolarità che le versioni europee successive avevano in parte perduto.

Musica eterna

Uno degli aspetti più profondi dell’opera è il recupero della musica tradizionale, trattata come organismo vivo. De Simone lavora su materiali popolari, canti rituali, frammenti della tradizione orale, assegnando loro una funzione drammaturgica precisa. La musica struttura l’azione: non la illustra ma la determina.

Questa ricerca prosegue e amplia il lavoro della Nuova Compagnia di Canto Popolare, che aveva già compreso come il patrimonio musicale meridionale non potesse essere confinato nell’idea rassicurante di folklore. Dentro quei canti c’erano il lavoro, la religiosità, la superstizione, l’amore, la miseria. Una concezione del mondo sedimentata nei secoli. Ne La Gatta Cenerentola questi materiali trovano una forma teatrale di grande potenza, ricomposti senza perdere la loro origine.

Tra gli interpreti della NCCP emerge Fausta Vetere, figura centrale della musica napoletana contemporanea, la cui presenza ha segnato una stagione irripetibile. La sua interpretazione unisce precisione e duttilità rare: attraversa la lingua napoletana senza ridurla a folklore e ne rivela invece la complessità musicale e teatrale, passando dal registro popolare a quello propriamente teatrale senza soluzione di continuità. Ne La Gatta Cenerentola questa qualità diventa parte di una costruzione collettiva, nella quale De Simone, i musicisti e gli interpreti della compagnia trasformano materiali antichi in una forma scenica ancora oggi sorprendentemente moderna: uno dei rari casi in cui la cultura popolare meridionale ha trovato artisti capaci di restituirle dignità senza imbalsamarla, conservandone la forza, l’ironia, persino la ruvidità.

Fausta Vetere – disegno di Antonio Nacarlo – Collezione privata

Un patrimonio e una bussola

Non è un caso che l’opera abbia avuto una lunga vita internazionale. Le diverse edizioni teatrali, riallestite nel tempo, hanno trovato pubblico ben oltre Napoli, ben oltre l’Italia.

Ciò che colpisce, però, non è la capacità di esportazione, ma la tenuta del nucleo originario. Anche fuori contesto, quell’impasto di lingua arcaica, musica rituale e gesto scenico continua a funzionare.

Nella nostra epoca che tende a smaterializzare tutto e a sostituire l’esperienza con la simulazione, La Gatta Cenerentola appare quasi un oggetto anomalo. Perché custodisce una forma di conoscenza che non si riduce a informazione: una sapienza che passa attraverso il corpo, la voce, la comunità.

Dentro quella lingua aspra, dentro quei canti, dentro quelle figure deformate e vitali, c’è ancora qualcosa che riguarda il nostro modo di stare al mondo. E forse è proprio lì, dove la modernità ha smesso di guardare, che resta una delle poche possibilità di non perdersi del tutto: segno che, dopo cinquant’anni, quell’esperienza continua a parlare al presente.

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