Sedetevi ad ascoltare
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Napoli, anno del Signore 1645
La città è ancora sporca di cenere.
Sui muri, negli angoli, tra le pietre della Selleria, resta la polvere grigia del Vesuvio: una memoria che non se ne va. Le case rattoppate mostrano travi nuove accanto a legni bruciati, ferite cucite in fretta. Il porto continua a sputare uomini e voci, e insieme alle merci arrivano notizie che non si fermano mai del tutto: febbri, bubboni, morti lontani. La peste non è ancora qui, ma è vicina, e il nome basta ad evocare il disastro.
È martedì grasso.
L’ultimo giorno di Carnevale
In Quaresima la città cambia faccia. Le strade diventano trappole, la legge diventa inesorabile e non conosce misericordia. Per prostitute, ladri, bari, giocatori, protettori, questo è l’ultimo giorno di lavoro. Domani chi verrà trovato a fare ciò che oggi è tollerato verrà preso, giudicato in fretta e impiccato. La Chiesa e il vicerè Juan Alfonso Enríquez de Cabrera, duca di Modica non amano aspettare.
Per questo la Selleria è una bolgia.
Il vino scorre a secchiate. Fontane improvvisate sputano rosso nettare sulle pietre, mani nude affondano nella vasca, bocche si sporcano, risate diventano tossi catarrose. Dai bastioni delle macchine scenografiche pendono salumi gonfi come reliquie oscene; oscillano, urtano i muri, lasciano strisce lucide. Uomini unti tentano la scalata all’albero della cuccagna, scivolano, cadono, si rialzano sanguinanti e ridono più forte.
Le puttane occupano la piazza come un esercito. Giovani già stanche, vecchie col volto coperto di biacca per nascondere piaghe e mal gallico. La sifilide cammina con loro: nei sorrisi storti, nei nasi mangiati, nei fazzoletti macchiati che nessuno si sofferma a guardaere. Stanotte tutte lavorano con fretta feroce. Tirano per il collo, sussurrano poco, incassano subito. Domani non ci sarà spazio per loro, se non sotto il cappio.
I ladri si muovono tra la folla rapidi. Due dita sotto un mantello, una spinta leggera, un passo di lato. I bari tengono i dadi vicini al palmo, le carte basse sul tavolo. Le squadracce di compagnoni passano come correnti calde, picchiano e insultano, qualcuno cade, qualcuno applaude. La farina vola a manciate, si attacca al sudore, imbianca maschere e visi, diventa fango sotto i piedi.
È una festa per folli e criminali.
Una festa contro qualcosa.
Contro il Vesuvio che ha già colpito la città.
>Contro la peste che sta arrivando a richiedere il suo tributo.
>Contro la legge che da domani non perdonerà nessuno.
In mezzo al frastuono, una corda pizzicata vibra fuori tempo. Una tiorba lunga e sgangherata. Chi la sente rallenta. Chi rallenta si ferma.
Al centro, un vecchio barbuto.
La giacca che indossa è una somma di stoffe antiche, cucite alla ben meglio per sembrare una divisa. Galloni e mostrine messi alla rinfusa.
Ai suoi piedi, una scimmia vestita da paggio balla sulle zampette e agita un sistro.
Senza che nessuno lo decida, la folla stringe un cerchio.
La musica si spegne. Il silenzio prende posto.
“Avvicinatevi, messiù e madammuselle, avvicinatevi che questa non so’cose da sentire per scagno, questa è una storia che vi deve trasire dentro come un vino caldo, un viatico per l’anema santa vostra. Parla di un uomo che ha vissuto senza chiedere permesso a nisciuno e ha pagato tutto fino all’ultimo centesimo.”
Le urla degli astanti si abbassano di tono, diventano mormorii. Un uomo infila il coltello nella cintura. Una donna si aggiusta la maschera. Un chierico resta sul bordo, con le mani nascoste nelle maniche.
Il vecchio ha ottenuto l’attenzione e comincia a raccontare:
“Lo chiamavano pittore senza Dio, e non perché non conoscesse lu Santo Evangelo, ma perché non gli riconosceva autorità. Non dava ubberienza a lu Signore, non gli chiedeva grazie. Diceva che Dio, se c’era, stava troppo in alto per sporcarsi le mani con la carne degli uomini. Diceva che Nostro Signore, sempre sia allodato, aveva voltato la faccia a Napoli. Che aveva chiuso pe’ troppo tempo l’uocchie sulle sue strade, sui suoi vicoli, sui suoi morti.
E se Dio non guarda, diceva, tutto è cunsentito. Pe’dispietto, lu pittore, mmirava la carne da vicino, la toccava, la misurava, ‘a nchiavava ‘copp ‘a lu telaro accussì com’era, surata, ferita, viva.”
Pregare, diceva, è per chi spera. E isso nun spereva d’into ‘a niscino
“Pittava quando nun stava ‘mbriaco. De juorno o de notte.
E quando non teneva a genio beveva, jucava, jastemmava. Si prendeva le donne e lì guagliuncielli come si prendono i bicchieri: uno dopo l’altro, senza gustarli.
Nei suoi quadri Li Santi non volavano, cadevano. Avevano piedi neri di strada, denocchie scummate, mani doppie comm’a quelle dei facchini. La Madonna, essa nc’e deve accompagnare, non era Reggina do’ Cielo, ma femmene che aveva sgravato, con le spalle curve e gli occhi stanchi p’a fatica. Li Martiri non sorridevano alla morte, la subivano, e la luce non scendeva dall’alto come una grazia, ma entrava di lato, tagliava i corpi, lasciava metà nel buio, come fa la verità quando è verace.”
Un chierico lascio il capannello attorno al cantastorie facendosi il segno della croce.
Per contro altri astanti si avvicinarono per sentire meglio
“Lo cercavano i potenti e lo scanzavano lli prievete. Lo pagavano e poi lo cacciavano. Perché nei suoi quadri c’era la vita vera quella che ti ci puoi specchiare dentro e poi te miette paura.
Le donne le prendeva senza promettere niente, e forse per questo tornavano. Non cercava amore, voleva sentire il peso della carne addosso, il calore che dura poco, il respiro che s’ammisca e poi se sparte..”
L’uomo aveva catturato l’attenzione di tutti.
Nella piazza, prima chiassosa, ora si sentiva solo il gorgoglio della fontana.
“E quell’ultimo di Carnevale di quasi cinquant’anni fa, in mezzo alla città che urlava e se recrejava per non pensare alla disperazione quotidiana, ‘a vedette…
“Non si fece notare come le altre donne di strada, che ti chiamano, ca’ te pusteggiano, che contrattano. Lo colpì perché stava ferma in mezzo al movimento, scura n’miez’ ai colori, zitta in mezzo alle grida. Era mascherata, vestuta di nero, e il vestito le seguiva il corpo senza stringerlo, come se conoscesse già ogni suo passo. La luce delle lampe le sciuliava n’cuollo e sembrava stutarsi, come se il corpo ciancioso se la abbevesse.
Lu pittore sentì salire una fame che non aveva nome, ‘na n’ziria che non poteva fermare. Era convinto che fosse una cortigiana che giocava a farsi affittare, oppure che fosse una signora nobile scesa a cercare lo spasso suoie tra llì puverielle.
Chi fosse fosse, sarebbe stata sua
“La seguì mentre la città s’addurmeva attuorno a loro, tra vino che colava sulle pietre, farina c’accummigliava li peccati, uomini che cadevano e ridevano ‘mbriachi, pruvase che stringevano borselli con lli mane.
Essa attraversava ‘a gente senza essere tuccata , come sì tutto chillu burdello fosse già luntano…
Prorio qui, alla fonte della Selleria si fermò. L’acqua pare parlasse chiano , come parlano le cose ca nun vanno ‘e pressa. Il volto suo restava nell’ombra, e questo ‘nfojava lu pittore.
Degli scugnizzi li colpirono con manciate di farina, gli imbiancarono le spalle, li capille, la bocca. Per un attimo la mano andò al coltello, poi redette, perché rereva sempre quando stava pe’ da ‘ncuollo. Si avvicinò a lei, le sistemò il mantello come si sistema una modella prima di dipingerla, lasciò che le sue dita indugiassero dove era proibito. Lei non si voltò, non lo fermò, e quel silenzio gli parve un consenso.
La spogliò della cappa come si scopre una tela, e la prese da dietro, nell’ombra, come aveva fatto per tutta la vita, prendere senza pensare alle conseguenze.
E solo alla fine, quando il respiro gli si ruppe in gola e il corpo cedette, Essa se aggirò, e in quel volto che non era un volto lu pittore accapì che tutta la sua arte, tutta la sua foja non erano state che un modo per rimandare quell’incontro.”
La piazza non applaudì
Non aveva compreso quel finale. Non subito almeno…
Qualcuno resta con la bocca aperta, qualcuno abbassa gli occhi, qualcuno fruga già nel borsello come se dovesse pagare un debito antico. Il cerchio non si scioglie: si addensa. I volti che prima ridevano ora stanno fermi, tirati, come se avessero sentito pronunciare il proprio nome nella loro testa. Dalla folla si sente:
“Ne mastò, comme fernescje ‘sta storia?”
Il vecchio rimane immobile, la tiorba appoggiata contro la coscia. Non chiede monete. Non allunga la mano. È come se il racconto non fosse finito, ma in attesa.
Sotto il chiostro dell’Olmo, poco discosta dalla luce delle torce, una donna osserva. È alta, bellissima, vestita di nero. Il tessuto le cade addosso con naturalezza,mostrando appena le forme. E’ attenta a guardare la folla. I suoi occhi scorrono sui volti come dita su un rosario invisibile. Un chierico, una ragazza col vino sulle labbra, un ladro con la mano ancora calda di furto. La donna inclina appena il capo, come chi fa un conto mentale.
Si muove quando il cerchio comincia a rompersi e la gente va via.
La figura velata passa tra loro. Inconsciamente tutti si scostano e tacciano davanti a tale regalità.
La donna arriva davanti al cantastorie. Gli prende il volto tra le mani. Le dita sono gentili. Lo bacia sulla bocca, lentamente, senza pudore. Un bacio appassionato. Il vecchio non reagisce: accoglie la profferta come l’ennesimo bicchiere di vino per un ubriaco. Le sue spalle si rilassano, come se finalmente potesse smettere di reggersi da solo.
Quando la veletta si scosta, il suo volto non è più un volto. La bellezza si apre come una porta inutile, e ciò che resta è orribile anatomia: ossa chiare, orbite vuote, un sorriso che non ha bisogno di carne e tessuti.
Il vecchio raccoglie la tiorba. Fa un passo indietro, uno solo, e si mette alle spalle della donna, come se sapesse esattamente dove stare. La scimmia si alza, gli va accanto, docile gli salta sulla spalla.
La donna avanza nella piazza.
Il vecchio la segue.
La fontana continua a mormorare, mentre la storia si ripete per l’ennesima volta.



