LA MACCHINA PERFETTA

Un racconto in tre movimenti

❦ ❦ ❦

Disegno di Antonio Nacarlo®

«L’uomo è la più infelice e la più fragile fra tutte le creature,

e nello stesso tempo la più orgogliosa.»

«Dall’uomo all’uomo vero, il cammino passa attraverso l’uomo folle.»

Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica

I. IL GUARDIANO

Il guardiano impara presto che i grandi edifici hanno una doppia vita. Di giorno appartengono a chi ci lavora, funzionari, tecnici, visitatori occasionali con le loro cartelle e i loro sguardi distratti. Di notte tornano a essere quello che sono sempre stati: osservatori muti.

Lui entra dal cancello di Calata Capodichino ogni sera poco prima del tramonto. Un cancello quasi nascosto, anonimo. Il potere, aveva letto da qualche parte, non si annuncia mai. Si esercita.

Sale il lungo viale che porta al corpo principale e ogni volta gli sembra di percorrere una distanza più metafisica che fisica, come se la salita servisse a lasciare il mondo fuori e a prepararsi a qualcosa che non ha ancora un nome preciso. In cima, il giardino di lecci lo accoglie con la sua ombra densa. Poi l’edificio: eclettico, solenne, con la pensilina liberty che sorride alla modernità come se la modernità potesse ancora essere fiduciosa.

È bello, il Bianchi. Questo lo colpisce ogni volta. Il potere, quando vuole durare, sa farsi bello.

Entra nel corpo principale. Lo scalone monumentale sale verso il piano nobile dove la biblioteca e la sala riunioni custodiscono i quadri ottocenteschi, rappresentazioni del sapere che sorveglia se stesso. Sulla parete più grande, sei metri per quattro, il dipinto che non riesce mai a smettere di guardare:

I savi e il folle. Scuola napoletana, vicino allo stile di Morelli. I savi stanno seduti, composti, con i loro abiti scuri e i loro volti certi. Il folle è in piedi, al centro, con qualcosa negli occhi che assomiglia a una domanda.

Chi ha deciso chi era il folle? Chi aveva in mano la matita quando si trattava di scrivere quella parola su un registro?

Il guardiano scende. A destra i corridoi dei maschi, a sinistra quelli delle donne. Lunghissimi, le ventidue sezioni che si aprono come costole su una spina dorsale di pietra. Non si incontravano mai, gli aveva detto il vecchio segretario. Non si incontravano mai, e in quel mai c’era tutta la geometria di un mondo.

Nel primo cortile il giardino del direttore, piante da frutto e simmetria italiana. Poi le cucine. Poi il secondo cortile, un immenso vialone con ai lati tutte le lavorazioni: sartoria, calzoleria, vetreria, idraulici, sarti. La follia che impara un mestiere, che diventa utile, che si redime attraverso le mani. Foucault lo aveva scritto con la precisione di un anatomista: il corpo disciplinato è il corpo utile.

In fondo al vialone, la cappella. Poi il cancello sul retro. E alle spalle, discreto come tutto il resto, l’obitorio. Poi il cimitero.

Entravano vivi, gli aveva detto, sempre il vecchio segretario, e uscivano solo per andare al cimitero.

Il guardiano si ferma nel mezzo del vialone e guarda il cielo di Napoli, viola e arancione, mai uguale. Pensa a Foucault che descriveva le istituzioni come macchine per produrre sapere e controllo, come spazi dove la ragione si fa architettura e l’architettura si fa destino. Poi pensa che il filosofo non aveva mai visto questo posto di notte, quando i gatti camminano tra le sezioni abbandonate e la natura comincia lentamente a riprendersi quello che le era stato tolto.

In fondo al parco, nascosta in un bosco, c’è una palazzina che non ha mai raggiunto. I muri cedono, dicono. Inaccessibile. Là dentro stavano gli agitati, quelli che la macchina non riusciva nemmeno a disciplinare. Un’esclusione dentro l’esclusione. Il margine del margine.

Si fa buio. Il guardiano riprende il giro.

II. GIOVANNI

Alle otto del mattino, preciso come una liturgia, Giovanni scende dal pullman.

Ha settant’anni passati, un cappotto grigio che il guardiano gli ha portato l’inverno scorso, e una sigaretta già accesa prima ancora di attraversare il cancello. Cammina con quella lentezza di chi non ha fretta perché la fretta appartiene a chi ha qualcosa da raggiungere, e Giovanni sa da tempo che i posti da raggiungere li scelgono gli altri per lui.

Si siedono sul muretto del primo cortile. Giovanni fuma. Il guardiano gli fa compagnia, o forse è il contrario, e sono settant’anni che Giovanni fa compagnia a chiunque abbia la pazienza di sedersi.

La sua storia ha la struttura di un teorema: la premessa è la colpa, la conclusione è l’istituzione, e nel mezzo non c’è dimostrazione, solo la vita che scorre tra un muro e l’altro. Nato fuori dal matrimonio, abbandonato all’Annunziata. Poi il Bianchi. Poi la RSA. Un cammino che non è mai stato scelto, solo subito.

Pazzo capace, lo definivano. Come se la lingua avesse bisogno di quella contraddizione per ammettere l’inammissibile. Che la colpa di essere nati nel modo sbagliato al momento sbagliato veniva trascritta nel registro della follia perché la follia era il cassetto in cui si mettevano le cose che non si sapeva dove altro mettere.

Giovanni non è mai sembrato pazzo al guardiano. Ha il buonsenso lento e preciso di chi ha imparato a osservare perché non gli è mai stato concesso di agire. Conosce il nome di ogni albero del parco. Sa prevedere la pioggia dal modo in cui camminano i gatti. Ricorda le facce di medici morti da decenni con una fedeltà che è già un atto di resistenza.

A Natale e a Pasqua, il guardiano lo fa chiamare dalla sua mamma.

La donna risponde sempre al primo squillo, come se aspettasse la chiamata di quel figlio senza mamma. Cucina per Giovanni come si cucina per chi torna, il ragù della domenica, la pastiera, le zeppole. Lo prepara con giorni di anticipo, lo imballa, lo manda. E Giovanni mangia seduto sul muretto, con quella lentezza liturgica, e per un’ora non è un caso clinico né un numero di registro né un pazzo capace. È semplicemente un uomo che ha ricevuto affetto attraverso qualcosa di caldo.

Il guardiano guarda e pensa che forse la resistenza al potere non ha sempre la forma della rivolta. A volte ha la forma di un ragù che attraversa la città dentro una pentola di alluminio.

Alle tredici Giovanni si alza, saluta con la mano senza voltarsi, un gesto che ha la disinvoltura delle cose fatte mille volte, e aspetta il pullman che lo riporta alla RSA.

Il guardiano lo segue con gli occhi finché il cancello non lo inghiotte.

III. NERINA

Sono dieci, tutti neri, tutti con quella qualità particolare dell’abbandono che si riconosce a distanza, una certa angolatura delle orecchie, un certo modo di fermarsi prima di ogni passo come se il suolo potesse cedere.

Il guardiano non li ha cercati. Sono arrivati loro, uno alla volta, nel corso di settimane, come se la voce si fosse sparsa tra le crepe del parco: qui c’è qualcuno che non fa del male.

Nerina è l’ultima ad avvicinarsi e la prima nei suoi pensieri.

È diffidente con la precisione di chi ha buone ragioni per esserlo. Le cicatrici sul corpo non raccontano una storia specifica ma una condizione generale, quella di chi ha imparato che le mani degli esseri umani si avvicinano per due motivi soltanto, e solo uno di questi è la carezza. Non si lascia toccare. Non si lascia raggiungere. Ma non si allontana mai.

Tre passi indietro. Sempre tre passi indietro.

Il guardiano impara a non voltarsi di scatto, a non fare movimenti bruschi, a lasciare il cibo sul muretto e ad allontanarsi prima che lei si avvicini. Impara che la fiducia di chi è stato ferito non si chiede, si guadagna con la pazienza, con la costanza, con l’assenza di pretese.

Nelle lunghe notti al Bianchi, mentre percorre i corridoi vuoti e i cani lo seguono in processione silenziosa, pensa che Nerina è la figura più onesta che abbia mai incontrato. Non finge. Non recita. Ha deciso che il mondo fa male e si è posizionata di conseguenza, né dentro né fuori, ma in quel margine di tre passi da cui tutto è visibile senza essere raggiungibili.

Un filosofo scriveva dell’escluso come di chi porta una verità che il sistema non può ammettere. Nerina non porta nessuna verità filosofica, porta solo le sue cicatrici e la sua distanza. Ma forse è la stessa cosa.

Il giorno del trasferimento il guardiano saluta i dieci uno per uno, come si saluta chi non si rivedrà. Lascia cibo per una settimana. Parla sottovoce nell’aria del mattino, senza aspettarsi risposta.

Nerina lo guarda dal bosco, tre passi indietro.

La notizia arriva qualche settimana dopo, attraverso uno dei vecchi custodi. Nerina è morta. Non di malattia, almeno così dicono. Di assenza, più probabilmente. Come se quei tre passi di distanza fossero stati la sua forma di legame, e senza qualcuno da seguire il legame fosse diventato impossibile da sostenere.

Il guardiano riceve la notizia in silenzio.

Poi pensa al Bianchi, alla macchina perfetta invasa dalla natura, ai corridoi dove non si incontravano mai, al quadro enorme con il folle al centro e i savi seduti intorno, a Giovanni che aspetta il pullman, a Nerina che non aspetterà più nessuno.

Pensa nuovamente a Michel Foucault che scriveva: dall’uomo all’uomo vero, il cammino passa attraverso l’uomo folle.

E pensa che forse il filosofo aveva ragione, ma che il cammino passa anche attraverso Giovanni che fuma sul muretto, e attraverso Nerina e le sue cicatrici, e attraverso tutti quelli che la macchina ha dichiarato inutilizzabili e che invece, a modo loro, con i mezzi che avevano, hanno continuato ostinatamente a vivere.

Il Bianchi è ancora lì, su Calata Capodichino.

La natura lo sta riprendendo, piano, senza fretta.

Come fa sempre con le cose che gli uomini non sanno più tenere.

❦ ❦ ❦

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!

© Design Antonio Nacarlo 2026

Napoli Up Close è un progetto editoriale indipendente fondato da Antonio Nacarlo

Chi sono
Il progetto Contatti
Cerca nel sito
×