La Befana napoletana

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le befana napoletana
la Befana napoletana – disegno di Antonio Nacarlo

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A Napoli la Vecchia arrivava sempre la notte dell’Epifania.
Non volava affatto su di una scopa, non faceva rumore. Si muoveva rasente ai muri, tra le stradine dove l’umidità ti entra nelle ossa e il silenzio pesa più delle parole. Abitava vicino al brefotrofio di Piazza Carlo III, il palazzo dei poveri che i napoletani chiamavano dispregiativamente il Serraglio, in una stanza che nessuno ricordava da quando fosse lì.

La gente la chiamava così: ’a Vecchia. Una presenza. Una di quelle che non si salutano ma si rispettano, perché  aveva imparato che alcune figure non vanno nominate troppo forte per non doversele scrollare da dosso come una malattia.

Quella notte del 1837 ,l’anno del colera, quando la città sembrava sopravvissuta a se stessa, la calce viva aveva lasciato il suo odore ovunque. Scale lavate, porte sbiancate, pavimenti consumati. Come se strofinare potesse cancellare la morte. I bambini sopravvissuti, ormai di figli di nessuno, venivano portati via dalle case svuotate e ammassati nel brefotrofio, sotto coperte che non bastavano mai.

‘A Vecchia entrava senza aprire porte. La scopa strisciava piano sul lastrico, non le serviva per pulire, ma per compiere un gesto antico: spazzare via l’anno vecchio, fare spazio a quello nuovo. Dentro, l’aria era densa di latte annacquato, tosse, sonni leggeri. I bambini non piangevano tutti. Alcuni guardavano il buio con occhi troppo grandi. Erano quelli che avevano già capito che il mondo era un posto infame.

Lei si fermava davanti alle culle come davanti a un rito. Non parlava. Lasciava un pezzo di pane bianco sotto un materasso, un pezzo di stoffa pulita, una carezza appena accennata. A loro la Vecchia lasciava il carbone. Non per castigo. Perché il carbone è ciò che resta quando tutto brucia, ma è anche ciò che può scaldare ancora. Il silenzio era il dono più grande. Un silenzio che diceva: non sei solo, anche se nessuno te lo spiega.

Eppure, molto prima di essere ’a Vecchia, lei era stata altro.

In un tempo così lontano che Napoli non aveva ancora imparato a chiamarsi così, era giovane. Bellissima. Vergine sacerdotessa del tempio di Diana, là dove oggi sorge la Pietrasanta. Si occupava dei campi, della fertilità, del ritmo delle stagioni. Conosceva la morte come parte necessaria della vita. Spazzava via il vecchio non per distruggere, ma per permettere al nuovo di nascere. La scopa era sacra. Un gesto di cura, non di condanna.

Aveva scelto la castità. Non come rinuncia, ma come fedeltà. I suoi figli erano i raccolti, le messi, le vite che sarebbero continuate grazie all’equilibrio mantenuto. La città la riconosceva. Non aveva paura di lei.

Poi arrivò un altro tempo. Un altro Dio. Il tempio venne chiuso, murato, sepolto sotto una chiesa. Lei non fu distrutta. Fu parcheggiata. Trasformata in superstizione, in janara, in cosa da evitare nelle notti troppo lunghe del solstizio invernale. La bellezza  proverbiale si trasformò in un volto rugoso. La sacralità che ispirava, paura.

Lei restò. Per scelta d’amore.

Capì che per aiutare Napoli doveva cambiare forma. Che gli dèi, come tutti i mortali, se vogliono sopravvivere, devono reinventarsi. Non poteva più proteggere i campi, così avrebbe avuto cura degli ultimi. Non poteva più proteggere la vita, così si prese cura di chi rischiava di perderla subito.

Quando arrivò il colera, e la città cominciò a svuotarsi di voci, lei seguì i bambini uno a uno. Dalle stanze dove i genitori non si svegliavano più, su i carretti silenziosi, fino al Serraglio. Li riconosceva dal respiro, dal modo in cui stringevano il vuoto con le mani.

Nel 1837, mentre Partenophe provava a fingere di essere tornata viva, lei continuava a entrare nel brefotrofio ogni notte, non solo d’Epifania. Non chiedeva gratitudine. Non ne aveva mai chiesta. Era stata dea, poi strega, ora era una vecchia coi dolci e le coperte.

All’alba se ne andava, lasciando dietro di sé bambini che dormivano un po’ più profondamente. Napoli si svegliava stanca, ma ancora in piedi.

E forse è per questo che qui la Befana non è mai stata solo una favola.
È una dea che ha scelto di restare.
Una madre senza figli che non ha mai smesso di amare la sua città.

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