Il legame segreto

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Disegno di Antonio Nacarlo

Esiste una legge antropica cui corrisponde il nome di memoria residua degli oggetti.

Questo assunto stabilisce che ogni oggetto attraversato dall’esperienza umana trattiene una traccia: non sempre visibile, non sempre attiva, ma presente. Nella maggior parte dei casi questa traccia si attenua con l’uso, con il tempo, con il passaggio di mano. In altri casi permane.

La differenza non dipende dall’oggetto, ma dall’intensità dell’esperienza che lo ha coinvolto. Attese lunghe, legami interrotti, decisioni senza chiusura lasciano depositi più stabili. Per questo alcuni oggetti resistono oltre la loro funzione: non servono più, ma non scompaiono. Raro è il caso in cui la traccia si separa da chi l’ha prodotta. Quando accade, l’oggetto cambia comportamento.


Don Aniello Scarano aveva sessantaquattro anni e lavorava di notte.

Guardiano in uno dei tanti capannoni che bordavano la zona industriale a est della città. Era un uomo abituato al silenzio, non per carattere, ma perché nel corso degli anni le occasioni di parlare si erano fatte sempre più rare, fino a diventare eccezioni.

Dormiva poco. Mangiava da solo. Eppure aveva imparato a riempire le ore senza aspettarsi niente da nessuno. Era cresciuto alla Casa dell’Annunziata. Nessun padre, nessuna madre almeno nessuno che avesse mai rivendicato quel ruolo.

Quando era uscito dall’istituto, a diciassette anni, aveva portato con sé solo l’abitudine alla solitudine e una discreta capacità di arrangiarsi. Il resto l’aveva costruito pezzo per pezzo, senza fretta e senza rimpianti dichiarati.

In casa, in cucina, teneva un altarino. Una mensola di legno grezzo, due santini sbiaditi, una luce a pile che non spegneva mai, fiori di porcellana comprati al mercato. E fotografie di defunte. Non erano le sue, non aveva fotografie sue. Le comprava dai bancarellari, le sceglieva con una certa attenzione, quasi con cura.

Erano quasi sempre volti di donne, ritratti in bianco e nero di qualcuno che non aveva nome. Così le metteva tra i santi nell’unico posto della casa dove qualcosa assomigliava alla presenza. Non per fede. Per avere qualcuno.

La fotografia la prese una domenica mattina, al Mercatino di Porta Nolana. Era una giornata di vento freddo, i banchi disposti lungo i marciapiedi con quella confusione ordinata che caratterizza i mercati napoletani: vasellame, abiti, chincaglierie, stampe antiche, scatole di cartone piene di carte e documenti che, del resto, nessuno avrebbe più letto.

Stava sfogliando un mazzo di fotografie vecchie quando la vide. Carta spessa, stampa ai sali d’argento, gli angoli consumati dal tempo e da molti passaggi di mano. Una donna giovane, i capelli neri raccolti in modo frettoloso, lo sguardo rivolto di lato rispetto all’obiettivo, come se qualcosa fuori campo avesse attirato la sua attenzione nell’ultimo momento.

Sotto il labbro inferiore un piccolo segno scuro, forse una voglia, forse una cicatrice. La comprò così,  per poche lire. Il rigarttiere non la guardò nemmeno.

A casa la sistemò sull’altarino, tra un sant’Antonio e una statuetta di Lourdes, e si preparò il caffè. Quando tornò in cucina con la tazzina in mano, la fotografia era a terra.

La raccolse, pensando a un colpo d’aria, e la rimise al suo posto. Girò i tacchi per andare a sedersi in salotto. Si fermò, mosso da un’impressione che non avrebbe saputo spiegare, e si voltò. La fotografia era di nuovo a terra.

La raccolse una seconda volta. La girò. Sul retro c’era una macchia marrone che aveva permeato la carta in profondità, come sangue secco o inchiostro antico, e sopra quella macchia, scritte con mano incerta, quattro parole in dialetto:

– Nun m’abbamdunà.

La rimise al suo posto. Intanto tornò ai fornelli. Quando si girò di nuovo, la fotografia era a terra.

Successe più volte nel corso dei giorni seguenti. Sempre senza rumore, sempre senza una ragione fisica apparente. Don Aniello non ne parlò con nessuno.


Dopo una settimana, scese di due piani a trovare Maria ‘a Cartomante, che abitava nello stesso palazzo da prima che lui ci andasse a vivere. La porta era socchiusa, come quasi sempre. Bussò sul legno e spinse.

— Che vuoi, Aniè?

Maria era seduta al tavolo con un mazzo di carte davanti. Non alzò la testa.

Don Aniello posò la fotografia sul tavolo senza dire niente. Maria la guardò. Poi la prese tra le mani e si fermò. Gli occhi si fissarono in un punto imprecisato, le mani immobili. Restò così per qualche secondo, abbastanza da far capire che non stava solo guardando.

Poi ritirò la mano come se avesse toccato qualcosa di caldo.

— Portala via.
— Perché?
— Non è tua.

Silenzio.

— Che devo fare?
— Porta di Massa.
— E che ci vado a fare?
— Banchina quarantanove.

Non aggiunse altro. Don Aniello aspettò ancora un momento, poi riprese la fotografia e salì, infastidito da quella che pensava essere stata la burla di una sensitiva.

Quella notte lavorò come sempre. Una miriade di giri di controllo, luci da spegnere, cancelli da verificare. Intanto teneva la fotografia nella tasca interna della giacca, e la sentiva come un peso che non corrispondeva alle sue dimensioni fisiche.

Tornò a casa all’alba. Si tolse la giacca e la appese all’attaccapanni nell’ingresso. La fotografia cadde a terra dalla tasca.

Dormì alcune ore. Al risveglio, intanto, trovò la fotografia a terra, più lontana dall’attaccapanni di quanto fosse caduta.

Restò seduto sul bordo del letto per qualche minuto, con quella sensazione di stanchezza che non dipende dalle ore di sonno.

Quindi si alzò, si vestì e prese la fotografia.

Vagò per la città nel tramonto inseguendo pensieri più che facendo attenzione alla strada. Le strade si svuotavano man mano che la luce calava, i negozi abbassavano le saracinesche, la gente spariva nei portoni. Per strada restavano solo quelli che non avevano un posto dove andare o non volevano andarci. Restavano anime disperse, come lui.


Attraversò il varco del porto quasi senza accorgersene e si ritrovò a camminare tra file infinite di container, il ferro arrugginito che rifletteva gli ultimi chiarori del cielo. Arrivò alla linea del mare e si fermò.

Il buio inghiottiva tutto, al largo. Non dava sensazioni di calma.

— A chi vulite?

La voce alle sue spalle lo fece sobbalzare. Si voltò. Un uomo anziano, i capelli bianchi e radi, una sigaro toscano tra le dita, lo guardava senza curiosità apparente, come se trovare qualcuno fermo davanti all’acqua a quell’ora fosse cosa ordinaria.

— Buonasera. A nessuno. Ci sono arrivato per caso.
— Il caso non esiste. I piedi vanno dove la mente non vuole.

Don Aniello accennò qualcosa che avrebbe potuto essere un sorriso.

— Non ridete, per piacere. Questo non è un posto allegro. È un posto di pianto.

Aniello si guardò intorno. Il porto di notte aveva qualcosa di fortemente urbano eppure abbandonato, come una città dentro la città dove nessuno abitava davvero.

— Sì, è un posto di lacrime. Senza che scuotiate la testa. Ma voi che ne sapete. Siete sulo nu guaglione.

L’anziano si allontanò dando le spalle al suo interlocutore. Don Aniello fece una cosa che lui stesso non si aspettava: lo chiamò.

— Vi prego, restate. Così mi raccontate il perché di queste lacrime.

L’uomo si fermò un momento, poi tornò indietro e si sedette su un bordo di cemento.

— Questo era un posto di partenze, di addii. Prima banchina per gli emigranti verso l’America, poi anche imbarco per i soldati della seconda guerra. Chi partiva da qua non tornava quasi mai. Troppo lontano, troppo pericoloso.

— E voi che ne sapete? Lavoravate qua?
— No, figlio mio. Io qua finsi di partire per la guerra. Non ero un vigliacco. Ero solamente un fetente che si era trovato un’altra femmina e voleva lasciare la moglie.

Don Aniello abbassò lo sguardo.

— Io non vi giudico. Non ho affetti, non mi sono mai sposato. La vita sceglie per noi.

L’anziano scosse la testa con una lentezza che aveva dentro qualcosa di rabbioso.

— E no. Noi siamo gli artefici delle nostre sconfitte. Siamo noi a dare felicità e dolore agli altri, e ci dobbiamo prendere le nostre colpe.

— Addirittura. Che male e che bene. Credo semplicemente che non esista niente oltre alla nostra paura di stare al mondo. Io sono cresciuto senza genitori, non ho mai veramente amato. Finiranno i miei giorni e me ne andrò sotto terra indifferente.

L’anziano lo guardò. Sorrise, ma era un sorriso amaro, il tipo di sorriso che non porta consolazione a nessuno.

— Sarebbe bello. Ma nun è accussì. Nun m’abbamdunà, diceva. Non lasciarmi sola, io ti amo, aspettiamo un figlio. Era bella, appassionata. Ma io avevo vent’anni e il sangue caldo, nel 1939. Altre donne, voglia di libertà.

Finsi di partire per la guerra. Mi legai a un’altra. Lei mi credeva al fronte, il figlio nella pancia cresceva, e io mi nascondevo per non affrontare le mie responsabilità.

Sputò. Una lacrima scese tra le rughe senza che lui facesse niente per fermarla.

Don Aniello infilò la mano nella tasca quasi senza pensarci. Tirò fuori la fotografia. Le dita agirono per conto loro, come se avessero aspettato quel momento da quando era uscito di casa.

— Di che parlate? Forse il vino vi è andato in testa.
— No, niente vino, guagliò. Niente spasso per chi è morto. Nun m’abbamdunà.

Le feci l’ultima cattiveria: una lettera falsa che diceva che ero morto in guerra. Non resse al dolore. Lasciò il figlio all’Annunziata e venne qui, sessantacinque anni fa, e si buttò in quest’acqua.

Indicò il mare con un gesto stanco.

Don Aniello teneva la fotografia in mano. La guardò. La donna giovane, i capelli neri raccolti male, lo sguardo appena fuori centro. Il segno sotto il labbro.

L’anziano si sparse come nebbia tra la nebbia, dissolvendosi nel buio del porto senza un rumore, senza un passo, senza niente.

Don Aniello rimase fermo a lungo. Guardò la fotografia che teneva in mano e pensò, per la prima volta da quando l’aveva comprata, che forse quella donna aveva un nome. Che forse quel nome lo conosceva. Che forse c’era una ragione se i suoi piedi lo avevano portato fin lì, in quel posto di lacrime, quella sera.

Voleva baciarne il volto. Voleva parlarle.

La fotografia non c’era più.

Restò con la mano vuota. Guardò il mare.

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