Il sabato del silenzio

il giorno prima della salvezza

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Il sabato del silenzio
Il sabato del silenzio – disegno di Antonio Nacarlo

 

Piango da ore e non riesco a fermarmi.

La stanza è di fango e paglia, la luce del tramonto entra da una finestra alta e cade su di me come una lama, come se volesse scovarmi anche qui.

Sono a terra, piegato, con il petto schiacciato contro il pavimento, e ogni respiro è corto, spezzato, come se qualcosa mi stringesse dall’interno e non volesse lasciarmi andare.

Le mani tremano. Le guardo. Il sangue si è seccato sulle nocche.

Le ho battute contro il muro senza accorgermene, una volta, due, ancora, finché il dolore non è diventato sordo e lontano, come se non fosse più mio. Adesso non fanno più male. Solo il sangue pesa.

Fuori la città riposa. È sabato. Nelle case accendono le lampade, spezzano il pane, raccontano ai figli la liberazione dei padri. Le voci passano attraverso i muri, basse, tranquille.

Gerusalemme celebra e lui è nella tomba.

Chiudo gli occhi e torna il cortile. Non riesco a impedirlo.

Il fuoco, il fumo che saliva lento e si attaccava alla gola, le voci basse, e quella domanda buttata lì senza peso, come se non significasse nulla: anche tu eri con lui.

Bastava una parola. Una sola.

La lingua però si è incollata al palato, il cuore ha cominciato a battere nelle tempie come un martello, così forte che pensavo mi tradisse lui, prima ancora della mia voce.

E io ho detto di no. Non lo conosco.

L’ho detto con questa bocca, con queste labbra, mentre lui era lì, a pochi passi.

Quando si è voltato non c’era collera nei suoi occhi, non c’era rimprovero, non c’era nulla che mi permettesse di difendermi. Era come se sapesse già tutto, come se vedesse me prima ancora che io mi vedessi, come se vedesse l’uomo che credevo di essere e quello che ero davvero.

Pensavo di conoscermi. Ne ero sicuro.

Avevo già passato la metà della mia vita, sposo, padre, pescatore. Una vita onesta, fatta di notti sul lago, di reti tirate con le mani gelate, di monete contate al mercato.

Non ero infelice. Eppure non ero pieno, come una coppa che manca sempre di un sorso e non sai mai quale. Mi mancava Dio.

Non la sua parola, quella la sentivo ogni sabato nel tempio, la conoscevo, la riconoscevo. Mi mancava la sua presenza. Qualcosa che entrasse nella vita degli uomini e la cambiasse davvero.

Guardavo la nostra terra e non capivo. I romani nelle strade, le tasse, il nostro popolo piegato. Dicevo dentro di me, senza dirlo a voce: come può il Signore dimenticarsi di noi.

Poi ho incontrato lui. E ho pensato che fosse finita.

Ho visto uomini rialzarsi, ciechi aprire gli occhi, cuori cambiare sotto le sue parole come terra sotto la pioggia. Ho visto il mondo farsi leggero attorno a lui, come se ogni cosa trovasse il suo posto senza sforzo.

E io ho creduto. Ho creduto di essere pronto.

Lui mi ha guardato e mi ha chiamato Cefa, la pietra. Ha detto che su di me avrebbe costruito. Io ci ho creduto con tutto me stesso. Pensavo che quella parola mi appartenesse già, come se bastasse dirla perché fosse vera.

Sul lago, quando il vento gonfia le vele, la barca corre veloce e da lontano sembra solida, sicura, come se nulla potesse fermarla. Ma quando arriva la tempesta il vento cambia, le vele sbattono, la barca trema, e capisci che non era la barca a essere forte. Era il vento.

Anch’io ero così. Una vela gonfiata dal vento, niente di più. Stanotte il vento è caduto, si è spento all’improvviso, e io sono rimasto quello che sono, senza nulla che mi reggesse.

Avevo detto che sarei rimasto.

Lo avevo detto davanti a lui, davanti agli altri, davanti a me stesso. Che non lo avrei lasciato. Che sarei stato lì fino alla fine.

E invece sono uscito da quel cortile come un uomo qualsiasi, con il freddo della pietra sotto le mani e il sapore amaro che mi saliva dalla gola e non andava via.

Non sotto la croce. Non accanto a lui. Lontano.

Non riesco a pensarlo come un errore qualsiasi. Non è come sbagliare una parola, una scelta, una strada. È qualcosa che ti cambia dentro, che si stacca e non torna più, come se una parte di te fosse rimasta in quel cortile e non potessi più riprenderla.

Io ero quello che restava. Quello che non si tirava indietro.

Adesso non lo sono più. Non so più che uomo sono, né cosa significhi quella parola, pietra.

Sono crollato. Non sono stato testata d’angolo, come dicono le Scritture. Sono una pietra che si sbriciola alla prima vera difficoltà, polvere tra le dita.

Eppure l’ho amato. Non come si ama un maestro. Come si ama un fratello o forse di più, molto di più.

Come si ama qualcuno che ti conosce fino in fondo, che vede tutto e non ti umilia per questo, non ti schiaccia, non ti allontana.

E questo è quello che non riesco a sopportare: non che sia morto, ma che quando era ancora vivo, quando era lì, nelle mani dei suoi aguzzini, io non sono rimasto.

Resto a terra. Il corpo è pesante, come se appartenesse a qualcun altro. La luce scende lentamente lungo il muro e si ritira, si spegne poco a poco. Alzo appena la testa, come se avessi sentito qualcosa, ma non c’è nulla.

Solo questo sabato che non vuole saperne di finire.

FINE


Nota dell’autore

Questo testo nasce da una domanda semplice: cosa resta di un uomo quando scopre di non essere quello che credeva di essere.

Il sabato, nei Vangeli, è silenzio. Non accade nulla. Non c’è parola, non c’è gesto. Tra la morte e ciò che verrà, resta solo un tempo sospeso. Ho provato a stare lì, dentro quel vuoto, senza riempirlo.

Pietro non è stato immaginato come un santo, ma come un uomo. Un uomo che ha visto, che ha creduto, e che nel momento decisivo non è rimasto. Il suo dolore non è nella morte del maestro, ma nel fatto di non essere stato capace di restare accanto a lui quando contava.

Non ho cercato di spiegare. Ho cercato di ascoltare. Il corpo prima delle parole, il respiro prima del pensiero.

La tavola che accompagna il racconto nasce dalla stessa esigenza: non illustrare, ma trattenere un’immagine. Un uomo a terra, le mani ferite, uno sguardo che non si lascia dimenticare.

Forse è questo il sabato: un tempo in cui non si capisce, non si risponde, non si salva nulla. Si resta soltanto davanti a ciò che si è.

E non sempre è facile restare.

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