IL PROFESSORE
Non so con precisione quando cominciai a frequentare il professore, né come avvenne il primo incontro. So che a un certo punto era già lì, nella mia vita, come lo sono certi mobili nelle stanze d'affitto, presenti da sempre, di provenienza ignota, impossibili da immaginare assenti.
Salivo al secondo piano ogni martedì. A volte ogni giovedì. A volte ogni giorno, mi pare, sebbene il mio taccuino di quei mesi presenti lacune che non so spiegarmi.
La sua stanza era quella che i viennesi chiamano Herrenzimmer, stanza del signore, con le pareti coperte di libri che non avevo mai visto aprire, un tappeto persiano consunto al centro, due poltrone ai lati del camino e una finestra che dava sul cortile interno. Non ho mai visto quella finestra aperta. Non ho mai sentito odore di aria fresca in quella stanza, eppure non ricordo di aver mai avuto difficoltà a respirare.
Il professore beveva tè. Io bevevo tè. Parlavamo.
O meglio, lui parlava, e io avevo la sensazione di partecipare.
Il giorno prima del quattordici novembre era un lunedì grigio, con quella luce bassa che in novembre trasforma ogni cosa in una stampa in bianco e nero. Salii al secondo piano nel primo pomeriggio. Il professore era già in poltrona, la tazza in mano, come se mi aspettasse, sebbene non avessimo fissato nessun appuntamento, o almeno io non ne avevo memoria.
Parlammo a lungo di cose che ora fatico a ricostruire nell'ordine giusto. Poi, a un certo punto, non so dire come ci arrivammo, queste conversazioni avevano una loro corrente sotterranea che non seguiva la logica ordinaria, il professore posò la tazza sul bracciolo e disse, con quella voce piana che usava per le affermazioni più destabilizzanti:
— Non esiste un unico piano temporale che possa definire la realtà, la percezione, l'oggettività.
Rimasi in silenzio un momento. Fuori, qualcuno attraversava il cortile con passi pesanti.
— Quindi lei, egregio professore, crede che io e lei, in questo preciso momento, non siamo reali?
Si voltò a guardarmi con un'espressione che non era esattamente un sorriso.
— Non lo credo, — disse. — Ne sono certo.
Avrei dovuto lasciar perdere. Era il tipo di affermazione che il professore lanciava di tanto in tanto come si lancia un sasso in uno stagno — per vedere le increspature, non per trovare il fondo. Ma quella mattina qualcosa in me non volle cedere.
— E come lo dimostra?
Una pausa. Il fuoco nel camino cedette con un piccolo schiocco.
— Non la tedierò con le mie certezze, — disse infine, con quella condiscendenza affettuosa che sapeva essere insieme una carezza e una porta chiusa in faccia. — Mi dica piuttosto come proseguono i suoi studi, giovanotto.
— Non mi tedia affatto. — Posai anch'io la tazza. — Anzi, a costo di sembrare scortese, le chiederò di darmi prova delle sue teorie.
Il professore mi guardò. Poi guardò il fuoco. Poi disse, con una calma che era quasi divertimento:
— A suo tempo, giovanotto. Ogni cosa a suo tempo.
— A suo tempo? — Non riuscii a trattenermi. — Ma professore, non ha appena detto che il tempo non esiste come piano oggettivo?
Stavolta il sorriso fu vero. Piccolo, controllato, ma vero.
— Le contraddizioni, caro mio, sono l'unica prova di un pensiero vivo.
Si alzò. Si avvicinò alla finestra — quella finestra che non apriva mai — e guardò fuori, verso il cortile. Non parlò per quello che mi sembrò un tempo molto lungo. I passi nel cortile erano cessati. La stanza aveva il silenzio particolare dei luoghi in cui qualcosa sta per accadere senza che nessuno lo dica.
Poi, senza voltarsi:
— Domani non venga alle dieci. Venga alle undici.
Non avevo resistito. Alle dieci ero già sotto al balcone.
C'era qualcosa in quella conversazione che mi premeva sul petto come un sasso, qualcosa che non riuscivo a lasciare raffreddare insieme al tè che non avevo finito. Le imposte erano chiuse. Strano, per quell'ora.
— Buongiorno mastro Franz, è in casa il professore?
Il portiere si voltò. Era un uomo che conoscevo da anni — corporatura massiccia, baffi grigi tagliati corti, una giacca militare che portava anche d'estate con una dignità che non ammetteva ironia.
Mi guardò come si guarda uno sconosciuto.
— Quale professore? E come fa a sapere il mio nome?
Risi. Era il suo modo — lo avevo imparato — di accogliere le persone che gli erano simpatiche. Una ruvidezza affettuosa, quasi paterna.
— Sempre burlone lei, mastro Franz.
— Io sono Franz Braun. — Nella sua voce non c'era traccia di scherzo. — Caporale di fanteria in congedo. Medaglia di Königgrätz. E non le permetto queste confidenze, ha capito, giovanotto?
Smisi di ridere.
— Mi scusi. Non era mia intenzione offenderla. Sono il dottor Valdemar, discepolo del professore che abita al secondo piano. Ci conosciamo da anni, mastro Franz.
L'uomo mi osservò con un'espressione che non era ostilità. Era qualcosa di peggio. Era commiserazione.
— Lei un dottore? — disse infine. — Allora si faccia curare, mio buon dottore. La casa al secondo piano è sfitta da anni.
Non ricordo di aver salutato. Non ricordo di essere arrivato al caffè. Ricordo soltanto di essere seduto a un tavolo vicino alla finestra con davanti una bottiglia di acquavite di prugne e la certezza, quella certezza fisica, viscerale, che non ha niente a che fare con il pensiero, che qualcosa si era rotto.
Non nel mondo. In me.
Oppure nel mondo. Non riuscivo più a distinguere.
Al quarto bicchiere sentii una voce alle mie spalle.
— Va bene così, ma non esageri, ragazzo mio.
Mi voltai così bruscamente che quasi rovesciai la bottiglia.
Il professore era lì. In piedi, con il soprabito abbottonato fino al collo, il cappello in mano, l'aria di chi è arrivato esattamente dove aveva previsto di arrivare.
— Pro... professore.
— Sì, sono io. — Si sedette di fronte a me con quella lentezza deliberata che aveva in ogni gesto, come se il tempo fosse una materia plasmabile. — In carne e ossa. E, da come vedo sull'orologio alla parete, sono in perfetto orario. Sono le undici.
— Ma io ho visto... lei aveva... il portiere, mastro Franz...
— Capisco, capisco. — Alzò una mano. — Non si affanni a spiegare la sua realtà.
— La sua cosa?
— Ha capito benissimo. — Fece cenno al cameriere, ordinò un tea senza guardare il menu. — Le avevo promesso una dimostrazione entro le undici di oggi. Ci è voluto poco, devo dire. Quattro bicchieri. Ho visto uomini più solidi cedere al secondo.
— Quindi mastro Franz...
— Un vecchio amico. Reduce di guerra, come ha visto. Recita bene, quando serve.
Rimasi in silenzio.
Fuori dalla vetrina la strada scorreva normale, i passanti, i tram, la luce piatta di novembre. Tutto al suo posto. Tutto esattamente come avrebbe dovuto essere.
Eppure.
— No. — Zuccherò la bevanda ambrata con quella calma che cominciavo a odiare e ad amare in eguale misura. — Crudele sarebbe non aver detto. Lei mi ha chiesto la prova. Le ho dato la prova. Ora ha una scelta.
— Quale scelta?
— Tornare alle sue certezze. Che ora sa essere fragili come vetro. - Sollevò la tazzina. — Oppure imparare a vivere senza di esse.
Non risposi. Non ne ero capace.
Il professore finì il tea, si alzò, rimise il cappello con il gesto preciso di sempre.
— Martedì, — disse. — Se vuole.
E uscì.
Tuttavia, mentre lo guardavo uscire, ebbi la certezza, non meno solida delle altre, che tutto ciò potesse essere soltanto un trucco ben congegnato. Tornai in pensione nel tardo pomeriggio. Scrissi queste pagine di getto, senza rileggere, perché temevo che rileggendole avrei cominciato a correggerle e correggere significa già scegliere quale realtà tenere.
Ho ancora il taccuino aperto davanti a me.
14 novembre. Appuntamento con il professore alle undici.
Il professore abita al secondo piano da trent'anni. Lo so perché me lo ha detto lui stesso, il primo giorno. O forse lo sapevo già prima di salire.
Non ricordo di aver scritto quella frase.
Racconto illustrato originale di Antonio Nacarlo — disegni a china su carta avorio.
Racconto illustrato ambientato a Vienna sul tempo e la realtà
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