Il lotto tra tradizione e magia

Sedetevi e prendete nota

il lotto tra tradizione e magia
tenta la Fortuna – disegno di Antonio Nacarlo

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La scrittrice e giornalista Matilde Serao nel suo romanzo “il paese della cuccagna” dato alle stampe nel 1890, definiva il gioco del lotto “l’acquavite di Napoli” infatti, come il potente distillato alcolico ha il potere di ottundere i sensi e creare dipendenza, così il lotto era diventato per i partenopei una vera e propria droga.

Secondo uno studio statistico del Ministero delle Finanze datato 1888, ogni cittadino napoletano spendeva per giocare in media sei volte in più rispetto al target calcolato su base nazionale. Questa mania ludopatica investiva tutti i ceti della popolazione, tanto da divenire oggetto di studio della nascente branca della Sociologia e argomento letterario preferito dei viaggiatori del grand tour che lo definivano “il gioco napoletano“.

In realtà il lotto nacque a Genova nel 1539. Gli abitanti della città ligure infatti puntavano, illegalmente, sulla elezione dei cinque eletti tra i novanta canditati al senato della repubblica.

A Napoli invece si puntava, sempre clandestinamente, sul cosiddetto “lotto delle zite“. Una iniziativa benefica che risale al 1520 e che fu promulgata dalla Regia Camera del Viceregno. Si creò una lotteria a cui potevano partecipare 90 ragazze da marito indigenti (zite) provenienti dai tanti orfanotrofi del regno. Alle prime cinque sorteggiate (abbinate ad un numero da 1 a 90) veninavo concessi 50 ducati di dote e un corredo. Le donne a cui tal premio veniva affidato venivano chiamate “bonafficiate” ossia beneficate. Tale lotteria si svolse fino al 1865 alla Pignasecca nella strada che ancora oggi si chiama Vico Bonafficiata vecchia.

Si continuò a giocare d’azzardo fino al 1736 quando,

re Carlo III di Borbone decise di istituzionalizzare il lotto. Il sovrano illuminato aveva intuito che i lauti proventi delle puntate, se il gioco fosse stato legalizzato, sarebbero finite nelle casse dello stato. Per attuare il suo progetto dovette però combattere le ire della Chiesa e del suo consigliere padre Gregorio Maria Rocco che considerava il gioco di sorte “ingannevole ed amorale diletto“, completamente avverso ad ogni insegnamento cattolico. Alla fine re Carlo la spuntò con un escamotage: riuscí a monopolizzare il gioco ma ne vietò le estrazione nelle settimane delle Sacre Festività natalizie per non distogliere i sudditi dai riti religiosi (accontentando la Chiesa). Il popolo, privato del suo passatempo preferito, si inventò la tombola per continuare a scommettere sui 90 numeri in maniera domestica.

Ma perché le istituzioni ecclesiastiche avversavano il Lotto?

Già a metà del Cinquecento, in pieno periodo controriformista, iniziò a diffondersi l’idea che ci fosse una particolare affinità tra il lotto, il mondo dei numeri e le anime del Purgatorio. Nella blasfema idea che quest’ultime concedessero i numeri vincenti, attraverso il sogno, a chi ne fosse devoto (una sorta di do ut des che mischiava preghiere ad ambi e terni).

Altra figura aborrita dai religiosi era quella “dell’assistito“, un sedicente oracolo che vantava la capacità di ricevere i numeri vincenti direttamente dai morti, dagli angeli o addirittura dai diavoli dell’inferno. Molto spesso i numeri però dovevano essere estrapolati da un gesto, un racconto esposto sibillinamente dal “medium”. Per interpretare in maniera semantica e semiologica i segni ed i significati c’era la Smorfia grazie alla quale, qualunque cosa accadesse nella vita, reale o onirica, si poteva mutare in numeri da giocare.

La “bibbia dello scommettitore nomata in tal guisa in onore del dio dei sogni Morfeo“, così recita il sottotitolo di un’ esemplare risalente al 1635 e conservata alla biblioteca nazionale di Napoli.

Altro testo guida dei giocatori era “il libro magico di San Pantaleone” con in appendice “l’interpretazione dei sogni delle sette streghe di Benevento“. Una sorta di grimorio che racchiudeva al suo interno riti, formule e pratiche per vincere al lotto. Ve ne propongo una delle più  in voga tra gli scommettitori.

Oggi è Luna e dimane è Marte

‘A ciorta mia mo se parte

Vene pe’ mare e vene pe’ terra

Vieneme ‘nzuonno Ciorta mia bella

Vieneme ‘nzuonno e nun m’appaurà

Tre belli nummere famme sunnà

In fine come non citare le famose “12 tavole cabalistiche” di Rutilio Benincasa. Stampate a Napoli nel 1587. Altro si tratta che di un astruso guazzabuglio matematico da cui sarebbe possibile estrapolare i numeri vincenti del lotto attraverso improbabili calcoli…

Persistenze rituali ed estremismi esoterici

Nel lavoro antropologico La maschera della cuccagna (Guida editore, Napoli 1994). Domenico Scafoglio analizza una serie di figure liminari appartenenti alla tradizione popolare napoletana. Individuandole come “personaggi‑soglia” la cui funzione simbolica si colloca tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Il primo di essi è don Raffaele Liberatore, aristocratico la cui sepoltura nel cimitero di Poggioreale risulta costantemente ornata di fiori, offerti da coloro che confidano nella sua capacità di fornire numeri vincenti per il gioco del lotto. Secondo la tradizione orale, il suo spettro si manifesterebbe con apparizioni intermittenti nei negozi del borgo Orefici. Luogo che egli avrebbe eletto come proprio spazio di elezione.
Una seconda figura è quella di Pasquale, spirito benevolo la cui “capuzzella”, se invocata con adeguata fede, apparirebbe nelle ore notturne per rivelare i numeri da giocare. A completare il quadro emerge la figura di don Francisco, un tempo ampiamente evocato e anch’egli associato a una tomba costantemente adornata di fiori. Le fonti popolari riferiscono che, in vita, egli fosse un cabalista di notevole importanza, inspiegabilmente sepolto nel cimitero delle Fontanelle.
La leggenda vuole che abbia iniziato a “dare i numeri” dopo l’esumazione del suo teschio, manifestandosi ai devoti sotto forma di ombra. La sua popolarità fu tale da richiedere frequenti interventi della polizia per contenere le folle radunate ai cancelli del cimitero.
Accanto a tali figure ultraterrene, un ruolo significativo era svolto dai femminielli. Tradizionalmente considerati soggetti di confine. Nel periodo natalizio essi diventano protagonisti di tombolate caratterizzate da forte carica trasgressiva. Secondo alcune credenze, sarebbero coinvolti anche in pratiche magiche o in presunti patti demoniaci finalizzati all’ottenimento di ricchezza e prosperità.
Non sorprende, in questo contesto già citato, l’atteggiamento ostile della Chiesa nei confronti del gioco del lotto, particolarmente accentuato dopo il terremoto e il nubifragio del 1688. In quell’occasione, durante un autodafè, un uomo dichiarò di aver venduto la propria anima al diavolo. Lo fece per ottenere numeri vincenti del lotto. Circostanza che portò alla sospensione immediata del gioco, senza tuttavia determinare la cessazione delle calamità che affliggevano la città.

Per quanto concerne le pratiche magico‑rituali,

Scafoglio ricorda l’antico rito dei ceci, un tempo ampiamente diffuso. Esso prevedeva la raccolta, prima dell’alba, di novanta ceci secchi sui quali veniva tracciato un numero da uno a novanta mediante un liquido indelebile composto da pece e unto di padella. Dopo un periodo di digiuno, l’operatore si recava in un cimitero alla ricerca del corpo di un uomo morto di recente, preferibilmente di venerdì notte. La testa del defunto veniva staccata, scarnificata e ridotta a teschio; inginocchiati, si introducevano i ceci uno alla volta, contandoli per tre volte e scuotendo il cranio per tre volte. Il teschio veniva poi immerso in una pentola colma di acqua di pozzanghera e fatto bollire. I primi ceci a emergere indicavano i numeri da giocare.
Una vasta letteratura di saggi dotti e aneddoti esilaranti o truci è stata prodotta attorno al mondo del lotto e il suo rapporto simbiotico con la città di Napoli negli ultimi quattro secoli.  Sarebbe qui impossibile citarli tutti.
Un monito che ci insegna che nulla vieta di cercare la Fortuna, ad ogni costo. Soprattutto in una città come Napoli che ha fatto della provvisorietà il suo credo esistenziale.
In somma, come si dice: pazzo chi joca e pazzo chi nun joca
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