Guardami

Sedetevi a riflettere

❦ ❦ ❦

Guardami – disegno Antonio Nacarlo®

L’amore è sutura,
non benda,
non scudo,
sutura.

Marina Cvetaeva

Napoli, 14 Febbraio – San Valentino

Piove.

Non un temporale potente. Una pioggia sottile, insistente, che bagna senza fare rumore.
Ma via Toledo è lo stesso invasa da cuori rossi, peluche appesi alle vetrine, promesse da 19,90 euro. Gli innamorati a tempo determinato si baciano sotto gli ombrelli, ridono, si fanno foto con le mani a forma di cuore.

La pioggia non rovina la festa. La rende lucida.

Lù cammina in mezzo a quel rosso.

Sedici anni. Magro fino quasi a sembrare fragile, ma non lo è. Spalle strette. Mani lunghe. Capelli neri oltre le spalle, bagnati adesso, appiccicati al collo. Ha messo un cappotto nero morbido, sotto una camicia chiara che gli cade bene addosso. Jeans stretti. Anfibi. È così che si sente giusto.

È questo che dà fastidio. Il suo non essere non omologato.

Nelle cuffie parte Riders on the Stormdei Doors.

La pioggia della batteria si mescola a quella vera.

“Riders on the storm…”

È bello camminare sotto la pioggia, pensa,
perché se piangi nessuno lo nota.

Le lacrime si confondono. Nessuno può distinguere.

La mattinata trascorsa gli torna addosso come uno schiaffo.

Il cuore di cioccolato nello zaino. La notte passata a provare la frase davanti allo specchio.
“Ti devo dire una cosa.”

L’amico del cuore. Quello che gli aveva sempre sorriso senza schifo. Quello che lo faceva sentire normale.

“Ma che sei, ricchione?”

La parola detta quasi sputandola, ma con disgusto.

Dietro, gli altri della scuola.

“Femmenè”
“Ricchiò”
“Nennella.”
E poi ancora freek, strano, degenerato, invertito, pederasta e tutto il male che si può raccogliere in poche sillabe.

Ogni parola un colpo secco che non ti uccide ma ti ferisce.

La canzone cambia

Parte Smalltown Boy dei Bronski Beat.

Run away, turn away, run away, turn away…

La linea di sintetizzatore è una lama sottile. La voce è fragile, quasi implorante.

You leave in the morning
with everything you own
in a little black case.

Lù sente quella valigia anche se non ce l’ha. La sente da anni. La sensazione di dover scappare per poter respirare.

Sale verso Monte Echia. La pioggia è più fitta adesso. I cuori rossi sembrano ferite aperte contro il grigio.

Gli scooter arrivano a frotte dai quartieri

“Ué, guarda che bella femmenell!” e poi “ma nun te miette scuorno?”

Ridono. Accelerano. Una risata più acuta delle altre.

Lù si ferma. Li guarda. Il viso bagnato, gli occhi rossi.

Sorride. È un sorriso sbilenco, quasi cattivo.

Nemmeno la forza di alzare il dito medio.

Non per paura. Sopravvivenza.

Gli scooter scappano via.

Ora la playlist passa Creep dei Radiohead.

“I’m a creep…
I’m a weirdo…”

La voce si rompe.

What the hell am I doing here?
I don’t belong here.

Non appartengo qui.

Quella frase gli si infila sotto la pelle. Non appartengo qui. Né a scuola. Né appartengo a casa. Non appartengo nemmeno a questo San Valentino che celebra un amore che per lui è sbagliato solo perché cambia il pronome. Non è l’oggetto che cambia il senso.
Ma è la paura di chi guarda che cambia la sentenza.

Arriva al belvedere di Pizzofalcone. Li dove potrebbe trovarsi il sepolcro della sirena eponima.

Piove ancora. Il mare di Santa Lucia di sotto è scuro, pesante.

Appoggia le mani sul muretto. Il cemento è freddo. Piacevolmente reale.

Non pensa a un gesto spettacolare. Pensa al silenzio.
Al fatto che se cadesse, smetterebbe il rumore delle parole.

Frocio.
Ricchione.
Invertito.
Strano.

Parthenope gli parla.

Non con voce dolce da sirena. Ha un tono stanco.

“Dicono che oggi è diverso,” dice. “Dicono che c’è maggior rispetto. Che c’è più sensibilità. Che l’amore è libero.”

La pioggia scende sul piccolo precipizio.

“Ma la libertà è fragile. E voi ragazzi siete ancora più fragili, anche quando non avete perso nulla di concreto. Perché basta una parola ripetuta cento volte per farvi credere di essere un errore.”

Lù chiude gli occhi.

“Amare non è definito dal soggetto amato,” continua la sirena. “Amare è amare. Il verbo non cambia. Cambia la paura di chi guarda.”

Il vento si alza. La pioggia gli scivola lungo il collo.

“Se ti butti,” dice Napoli, “non è un atto d’amore. È un atto di resa. È lasciare che decidano gli altri chi sei.”

Silenzio.

Il mare non promette niente di buono.

“Tu non sei strano. Non sei un invertito. Non sei un errore grammaticale. Sei un ragazzo che ama.”

Lù sente il petto bruciare.

Non è improvvisamente felice.
È furioso.

E la furia lo tiene ancorato.

Scende dal muretto.

Non perché la vita è diventata bella.
Non perché il mondo è cambiato.

Scende perché non vuole regalare la sua fine a chi lo vuole invisibile.

La pioggia continua, sempre più forte

Riders on the Storm riparte in shuffle.

È bello camminare sotto la pioggia,
perché nessuno vede se stai piangendo.

Ma adesso Lù non sta più solo piangendo.

Sta provando a resistere.

❦ ❦ ❦

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!

© Design Antonio Nacarlo 2026

Napoli Up Close è un progetto editoriale indipendente fondato da Antonio Nacarlo

Chi sono
Il progetto Contatti
Cerca nel sito
×