Giulia Civita Franceschi: Una donna contro

Giulia Civita Franceschi

disegno di Antonio Nacarlo

Un gesto

Il gesto fu rapido, come sempre. La mano entrò, afferrò, uscì.

Il portafoglio non era nemmeno pesante. L’uomo si accorse subito, si voltò, gridò. Qualcuno corse, qualcuno rise. Ciro no: scappò senza voltarsi, infilando vicoli che conosceva meglio della propria età.

Poco dopo lo presero.

Non fu la polizia. Fu un adulto qualunque, uno di quelli che conoscono quei movimenti perché li hanno visti troppe volte. Lo trattenne senza violenza e lo guardò come si guarda qualcosa che non sorprende più.

«È uno scugnizzo

La parola cadde lì, senza spiegazioni.


Una parola

Ferdinando Russo, alla fine dell’Ottocento, aveva già dato un nome preciso a quel gesto e a quel tipo umano. Lo aveva raccolto dalla strada, senza nobilitarlo, senza correggerlo.

Scriveva che lo scugnizzo è il monello abbandonato, spesso dai genitori stessi, resi crudeli dal vizio o dalla miseria. Non una figura romantica, ma un prodotto netto di una città e di un tempo.

Il termine, nato nel gergo più basso, affondava nel gioco dello spaccastrommole: “scognare”, scheggiare la trottola dell’altro. Un gesto di precisione e distruzione insieme.

Non era solo un’immagine linguistica. Era una traiettoria.

Nell’Italia postunitaria, mentre lo Stato cercava di costruire una nazione, intere infanzie restavano fuori da ogni progetto. I bambini come Ciro crescevano per strada fino a quindici o sedici anni, in balia del caso. E il caso, quasi sempre, li portava nella stessa direzione: carcere, domicilio coatto, marginalità stabile.

Non era una deviazione. Era un sistema.


Una nave

In carcere non lo portarono.

Al porto lo condussero, davanti a una nave che non partiva.

Ciro la guardò con sospetto. Le navi, per lui, erano cose da cui stare lontani o su cui lavorare senza salire davvero. Quella invece aveva una passerella aperta, come una porta.

«Qui li tengono», disse l’uomo che lo accompagnava. «Quelli come te.»

Non spiegò altro.


Un sistema

A Napoli, come a Genova e a Venezia, lo Stato aveva trovato una soluzione intermedia tra l’abbandono e la repressione: utilizzare navi in disarmo per ospitare i ragazzi considerati “pericolosi e pericolanti”.

Non ancora criminali, ma già segnati. Non innocenti, ma nemmeno recuperabili secondo i metodi tradizionali.

Le navi-asilo nascevano da questa ambiguità: salvare senza proteggere troppo, correggere senza dichiarare il fallimento della società che quei ragazzi li aveva prodotti.

Erano istituzioni sospese, come sospesi erano i loro ospiti.

Ma a Napoli, su una di quelle navi, qualcosa cambiò direzione.


Un incontro

Salendo a bordo, Ciro si aspettava odore di ferro e disciplina.

Invece trovò ordine, ma non rigidità. Voci basse. Tavoli apparecchiati. Ragazzi che lavoravano senza essere sorvegliati come detenuti.

E poi lei.

Non aveva l’aspetto di chi comanda. Non gridava. Non si imponeva. Eppure, quando parlava, gli altri ascoltavano.

«Come ti chiami?»

Ciro esitò. Poi rispose.

Lei ripeté il nome, come se fosse importante ricordarlo.


Una donna

Si chiamava Giulia Civita Franceschi.

In un tempo in cui alle donne era concesso al massimo un ruolo ausiliario, lei dirigeva di fatto un’istituzione complessa senza poterla formalmente possedere. Il suo lavoro si muoveva in una zona grigia: necessario, ma non riconosciuto fino in fondo.

La sua rivoluzione non era dichiarata. Era pratica.

Non considerava quei ragazzi esseri inferiori da raddrizzare, ma persone già complete, solo deformate dalle condizioni. Non partiva dall’errore, ma dalla responsabilità. Non imponeva disciplina: costruiva contesto.

Il suo metodo, che poi sarà chiamato “sistema Civita”, si basava su un presupposto semplice e radicale: se tratti qualcuno come capace di scegliere, prima o poi sceglierà.


Una scelta

Dopo pochi giorni, Ciro rubò.

Non per fame. Per verifica.

Prese un oggetto dalla cucina e lo nascose. Nessuno lo fermò. Nessuno lo accusò.

La sera, lei gli parlò.

Non del furto. Di lui.

Il giorno dopo, Ciro rimise l’oggetto al suo posto.

Nessuno lo lodò. Nessuno lo punì.

Per la prima volta, il gesto non aveva più senso.

E fu lì che qualcosa cambiò.


Una frattura

Con l’avvento del fascismo, l’esperienza della Caracciolo fu assorbita nell’Opera Nazionale Balilla.

L’autonomia venne meno. Il metodo fu ridotto a disciplina. L’obiettivo non era più formare individui, ma inquadrare cittadini.

Giulia Civita Franceschi fu estromessa.

Non perché avesse fallito, ma perché il suo lavoro non era compatibile con un sistema che non prevedeva libertà reale.


Una voce

Nel primo convegno della Unione Donne Italiane, Giulia Civita Franceschi raccontò la sua esperienza.

Non come memoria personale.

Come definizione.

Parlò di dignità non come valore astratto, ma come condizione concreta: dare a qualcuno la possibilità reale di scegliere chi essere.

Non aggiunse altro.

Perché tutto il resto, in fondo, era già accaduto su una nave ferma nel porto.

 

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!

© Design Antonio Nacarlo 2026

Napoli Up Close è un progetto editoriale indipendente fondato da Antonio Nacarlo

Chi sono
Il progetto Contatti
Cerca nel sito
×