Il Cimitero delle Fontanelle: la pietà, le anime e lo stereotipo

Dalle antiche pratiche funerarie al culto delle anime pezzentelle, la storia delle Fontanelle racconta una relazione con i morti che attraversa i secoli, rivelando il significato di una devozione popolare troppo spesso ridotta a superstizione e il pregiudizio attraverso il quale è stato giudicato un popolo.

Cimitero delle Fontanelle

Il giusto peso della memoria

Scrivere sul Cimitero delle Fontanelle mi ha sempre messo in difficoltà. Non per mancanza di conoscenza, ma perché, per noi partenopei, esistono cose che appartengono a una dimensione altra, davanti alla quale bisogna misurare le parole. Il problema non è il tabù di parlarne, quanto il modo in cui ciò che si racconta viene veicolato e frainteso. Non si scherza con chi ha sofferto in vita e continua a patire dopo la morte.

Quelle centinaia di migliaia di sconosciuti, morti durante la peste del 1656 o il colera del 1836, quei resti provenienti dal chiavicone di via Toledo, dal cimitero della distrutta chiesa di San Giuseppe e dalle terre sante ipogee delle chiese cittadine, svuotate dagli editti napoleonici, continuano a subire, almeno nella percezione di chi li contempla, un castigo che sembra non avere fine. Sono esposti alla vista di tutti, privati persino della coperta di terra, senza neppure l’oblio della cenere.

Vi parleranno dei numeri al lotto, dei cabalisti, dei tribunali segreti della camorra e dei fantasmi. Credeteci pure, ma è soltanto la punta di un iceberg fatto non di ghiaccio, bensì di fuoco. Non quello del Purgatorio, ma quello di un popolo che ha un rapporto quotidiano con la morte e che, grazie ad essa, ha imparato a convivere con la precarietà.

Don Gaetano Barbati e la lava dei Vergini

La sistemazione delle ossa nelle gallerie delle Fontanelle è legata alla figura di don Gaetano Barbati, alto prelato, fine epigrafista e uomo di grande cultura, in rapporto con papi e sovrani. La sua iniziativa nacque dallo sconcerto davanti a una realtà che, nel quartiere dei Vergini, si ripeteva da tempo. Le violente piene che scendevano dalla collina, conosciute come lava dei Vergini, trascinavano con sé fango, detriti e resti umani, riversandoli nelle strade e negli spazi abitati. Quelle ossa, appartenute a persone morte e ormai prive di sepoltura riconoscibile, venivano trattate come materiale di scarto, mescolate al fango e agli altri detriti.

Barbati non poteva accettare che i resti dei defunti fossero lasciati in quelle condizioni. Fu questa consapevolezza a spingerlo a intervenire, con l’approvazione della Curia, per raccogliere e disporre ordinatamente le ossa nelle gallerie di tufo, restituendo loro almeno uno spazio e una forma di dignità. Il cimitero nacque così anche da un gesto di pietà verso quei morti senza nome, sottratti all’abbandono e affidati a un luogo nel quale potessero essere custoditi.

Cimitero Fontanelle
Fontanelle – navata di San Gaetano

un luogo, tante storie

I Vergini sono legati ai defunti fin dalle origini della città. Secondo la tradizione, in quest’area si stabilirono gli Eunostidi, provenienti dall’Attica e appartenenti a una delle fratrie fondatrici di Partenope. Il loro nome discende da Eunosto, giovane di straordinaria bellezza la cui vicenda, tramandata da Plutarco, avrebbe dato origine alla funzione funeraria della famiglia.

Di Eunosto si innamorò Ocna che, respinta, lo accusò falsamente di violenza. I fratelli di lei, credendole, uccisero il giovane. Quando la verità emerse, Ocna si tolse la vita e fu condannata dagli dèi a restare insepolta. I discendenti di Eunosto avrebbero allora fatto voto di castità, consacrandosi alla cura dei defunti e, soprattutto, di quelli che non avevano trovato pace. Scelsero una zona ricca di sorgenti, fuori dalle mura greche, e il vallone avrebbe preso il nome di Vergini da quei consacrati. [1]

Il mito esprime un principio destinato a riemergere nella storia del quartiere. La sorte di chi resta senza sepoltura e senza memoria riguarda anche i vivi, perché qualcuno deve farsi carico dei morti che non hanno più nessuno. Gli ipogei ellenistici e le sepolture romane rinvenute nel territorio gli danno consistenza. Le Fontanelle si innestano su questa vocazione; non la inaugurano.

Ecate, il sonno sacro e la parola dei morti

Per capire come si ritenesse possibile il contatto fra vivi e defunti bisogna risalire a Ecate, divinità psicopompa, signora dei trivi, dei crocicchi e dei luoghi di passaggio. Nella tradizione qui ricostruita il lunedì era il suo giorno e quello della relazione con i morti. L’abitudine di recarsi ogni settimana a pregare per le anime ne conserva il ricordo.

La dea della soglia rappresenta la possibilità di rivolgersi a chi l’ha oltrepassata. Lo mostra l’Averno, porta degli Inferi nell’immaginario antico, e lo mostra la discesa di Ulisse nell’undicesimo libro dell’Odissea. Per consultare Tiresia, Ulisse segue il rito indicatogli da Circe. Il distruttore di Troia sacrifica animali e versa libagioni, e le anime si avvicinano al sangue per poter parlare. I morti hanno sete, e il sangue concede loro, per un momento, la voce. La comunicazione non è una generica evocazione ma un rituale: il vivo raggiunge la soglia, offre ciò che è richiesto e attende che il morto si manifesti.

A questa concezione appartiene l’incubazione, il sonno rituale con cui si attendeva una rivelazione, attestato nei santuari di Asclepio e in quelli di Iside, dove ci si recava anche per ottenere la maternità. Il sogno poteva indicare una presenza, rivelare l’identità di un’anima e far capire a chi rivolgersi per una grazia. È la chiave per leggere il rapporto con le anime anonime delle Fontanelle senza ridurlo a una credenza nei poteri dei teschi.

Cimitero Fontanelle
Processione degli Eunostidi

Prima delle Fontanelle

San Pietro ad Aram, Sant’Agostino alla Zecca, Santa Luciella e Santa Croce al Mercato erano i luoghi in cui ci si recava per impetrare grazie e pregare per le anime. Molto prima che le Fontanelle diventassero il luogo privilegiato della devozione, vi si onoravano figure alle quali la tradizione attribuiva compiti precisi. A San Pietro ad Aram si cercava il cosiddetto dottore, per la malattia. A Santa Croce al Mercato, tra i resti dei condannati a morte, era venerata Marianna la purpettara, ricordata come un’assassina del Seicento, a cui si rivolgevano le mogli tradite o trascurate. Altre figure, come il soldato spagnolo, erano invocate per ottenere giustizia.

Era un sistema in cui ogni figura aveva un’identità e una funzione riconosciuta, tramandata dalla memoria collettiva. Il fedele sapeva a chi rivolgersi, affidava una richiesta e si impegnava a ricambiare con preghiere e messe di suffragio. Le Fontanelle non inventarono dunque il rapporto individuale con i defunti. Cambiò un’altra cosa, e per vederla bisogna prima chiarire che cosa significassero il suffragio e il refrisco.

Il refrisco e le anime pezzentelle

A Napoli il sentimento cultuale tanatologico è certamente anteriore alle pratiche con cui la Controriforma invitò i fedeli a pregare per le anime del Purgatorio. La devozione cristiana diede forma propria a un rapporto già radicato nella cultura locale, in maniera sincretica.

Le anime pezzentelle ad esempio, vengono associate alla povertà dei defunti, ma il termine deriva dal latino petere, chiedere, impetrare. Le anime chiedono suffragi e preghiere, i vivi chiedono intercessione. La preghiera diventa così un modo di mantenere un rapporto con chi non appartiene più al mondo dei vivi. Il Secondo libro dei Maccabei ne dà la formulazione cristiana: «È santo e salutare pregare per i defunti, affinché siano sciolti dai peccati». Il suffragio è un atto di carità, una responsabilità dei vivi verso chi non può più provvedere a sé stesso. [3]

Il refrisco pe’ l’anime d’’e muorte viene comunemente inteso come il sollievo offerto alle anime del Purgatorio, quasi un ristoro dalle fiamme. Anch’esso in realtà deriva della pratica funeraria osco-latina del refrigerium. La libagione, il banchetto presso le tombe dei cari estinti, alla sepoltura e nelle ricorrenze. In entrambi i casi il gesto dice vicinanza. I vivi tornano presso i morti, si siedono idealmente accanto a loro e continuano a riconoscerli come parte della comunità. [3]

Fontanelle
Refrisco

L’ossario e la scelta dell’anima personale

La novità specificità delle Fontanelle sta nella moltitudine dei resti. Non si trattava più di recarsi presso un’anima già nota alla tradizione, ma di scegliere un cranio anonimo, stabilire con esso una relazione e riconoscervi una presenza capace di ascoltare una richiesta personale. L’anonimo resto non impediva l’incontro: attraverso il sogno quel cranio poteva acquistare un’identità spirituale, una storia e un compito.

La scelta si accompagnava a gesti precisi. Il cranio scelto veniva pulito, custodito, adornato con un fazzoletto ricamato e posato su un cuscino. Se la grazia arrivava, poteva essere collocato in una teca di vetro chiusa a chiave. Il rapporto si fondava sulla reciprocità del do ut des: il fedele pregava per l’anima, ne sosteneva il cammino infero con messe e suffragi e confidava in cambio nell’intercessione presso il Sacro. Una preghiera popolare lo esplicita:

Anime sante, anime purganti,

io songh sola e vuje site tante,

andate annanz’ ’o mio Signore

e raccuntatece tutti li miei dulure.

La moltitudine dei teschi diventa una moltitudine di possibili interlocutori. Il fedele, solo davanti alle proprie difficoltà, cerca un’anima che si faccia portavoce dei suoi dolori. L’abbondanza consentiva anche la severità. Se la grazia tardava, il cranio poteva essere voltato con la faccia contro il muro. Lo sguardo esterno lo trova singolare, ma rivela la concretezza del rapporto. Il devoto si aspettava una risposta e poteva manifestare il proprio disappunto quando restava deluso.

Come sopra, così sotto

Ogni essere umano ha vizi e virtù, passioni dichiarate e desideri nascosti. Fra tanti teschi il devoto poteva immaginare che ve ne fosse uno appartenuto a chi, in vita, aveva conosciuto le sue stesse debolezze. Il principio ermetico «come sopra, così sotto» offriva la chiave simbolica. Oltre la soglia continuava a esistere un’altra comunità, fatta di esseri umani che avevano attraversato le stesse contraddizioni. Le Fontanelle diventavano un doppio del mondo terreno, dove cercare l’anima più affine, e la scelta del cranio un gesto di riconoscimento.

La stessa familiarità con i morti, però, poteva essere impiegata in altri modi. La camorra, che dei vizi umani faceva commercio, usò le Fontanelle come luogo appartato per amministrare la propria giustizia. Gallerie poco accessibili, lontane dagli sguardi, adatte a evocare le società segrete, e criminali morti trasformati in presenze familiari. Giurare sulle anime dei defunti significava chiamarle a testimoniare un patto.

Altri ancora cercavano numeri al lotto o si affidavano a sedicenti cabalisti e stregoni.

È la contraddizione delle Fontanelle. Lo stesso spazio in cui si pregava per le anime dimenticate poteva ospitare superstizione, traffici e giustizia clandestina. Ma le degenerazioni non bastano a spiegare il fenomeno. Il culto aveva radici più profonde e non si riduce agli abusi di chi ne sfruttava la fama.

Cimitero Fontanelle
La capuzzella

Dalla devozione all’eccesso

Con le due guerre mondiali la morte smise di essere una presenza confinata ai luoghi di sepoltura e invase la vita quotidiana. Nella Prima guerra centinaia di migliaia di giovani furono mandati al fronte, su montagne lontane, da cui le notizie arrivavano in ritardo. Madri, mogli e famiglie senza nemmeno una sepoltura riconoscibile si rivolgevano alle anime con preghiere sempre più insistenti, e la devozione poteva diventare attesa ossessiva. Quando la grazia non arrivava, la relazione con il cranio, nata come cura e pietà, poteva farsi tormentata e passionale, fino allo scempio dei resti custoditi.

La Seconda guerra portò la morte direttamente nelle case e nelle strade. Napoli subì oltre duecento bombardamenti aerei. La popolazione cercava rifugio nelle cavità e nelle catacombe, mentre i morti stavano sotto le macerie, nelle abitazioni distrutte, per strada. I luoghi che custodivano le ossa divennero rifugi per i vivi, e il confine fra chi era vivo e chi era morto poteva dissolversi da un momento all’altro. [2]

È in questo contesto che va letto l’inasprirsi delle critiche al culto. Le pratiche più estreme, osservate senza considerare il dolore collettivo che le aveva accompagnate, furono prese a prova di una mentalità arretrata.

Lo sguardo dell’occupante e il napoletano da rieducare

Nel dopoguerra, con le truppe alleate, la stampa internazionale diffuse una rappresentazione delle Fontanelle come arretratezza tribale. Osservatori spesso convinti della propria superiorità culturale lessero il rapporto con i crani come comportamento morboso, estraneo alla modernità. Le pratiche vennero separate dalla storia che le aveva generate. La cura dei morti senza nome, il suffragio, il bisogno di un interlocutore spirituale e il refrisco lasciarono il posto alle immagini più insolite, e una devozione complessa divenne una curiosità macabra.

Negli anni Cinquanta, con i turisti, questa rappresentazione entrò in uno stereotipo più ampio. Il napoletano furbo e fannullone, il mandolinaro, il magliaro, il pittoresco da rieducare secondo un modello di modernità stabilito altrove. Lo stereotipo funziona per ripetizione: prende elementi reali, li stacca dal contesto, li ingrandisce e li presenta come la natura di un’intera popolazione. La superstizione prova che tutti i napoletani sono superstiziosi, l’arte di arrangiarsi diventa furbizia, la vitalità delle tradizioni incapacità di evolversi. Quando il giudizio dura abbastanza, una comunità rischia di riconoscersi nella caricatura che le è stata imposta.

Le Fontanelle subirono lo stesso processo. Il culto fu osservato attraverso i suoi eccessi, e il bisogno di dare dignità ai morti dimenticati passò in secondo piano. Il fenomeno diventò un argomento per giudicare Napoli, non un’occasione per comprenderne la storia.

La chiusura delle Fontanelle e la continuità del culto

Le polemiche si intensificarono con le inchieste giornalistiche, fra cui quelle del Giornale d’Italia, e con le accuse alla Curia e al Comune. Il cardinale Corrado Ursi dispose la chiusura del luogo. Quel provvedimento non fu una condanna del culto dei defunti: la preghiera per le anime e il suffragio appartengono alla tradizione cristiana. Fu contestata la deriva in cui la devozione sembrava essersi mutata in idolatria dei resti o in superstizione, in pieno spirito postconciliare.

Le Fontanelle chiusero e per un periodo si allontanarono dalla vita pubblica. Il culto non si interruppe, continuò nelle abitudini e nelle pratiche di chi frequentava i luoghi dedicati alle anime, perché un rapporto così radicato non si cancella impedendo l’accesso a un solo luogo.

Il recupero del sito e la sua trasformazione in spazio museale lo hanno restituito alla comunità. I giovani del rione Sanità ne hanno rinnovato il significato, riportandolo al centro della vita del quartiere. Ancora una volta i morti fanno bene ai vivi. Non perché le ossa abbiano un potere da dimostrare, ma perché il loro ricordo genera una sana curiosità e un giusto profitto.

Una storia fraintesa, come Napoli

Il fenomeno delle Fontanelle è stato frainteso come è stata fraintesa Napoli. Il culto è stato ridotto alle superstizioni, ai rituali più eccentrici, alle pratiche che pure ne hanno accompagnato la storia ma non ne esauriscono il significato. Il rapporto con i morti è diventato una caricatura, mentre la pietà, il suffragio e il bisogno di mantenere un legame con gli scomparsi restavano ai margini del racconto.

Non significa negare che ci siano stati, e possano esserci ancora, coloro che cercano combinazioni fortunate, ricorrono a rituali superstiziosi o sfruttano i resti umani per fini estranei alla pietà. Fra i vizi di ogni popolo esistono anche questi. Ma sarebbe assurdo lasciare che definiscano un’intera comunità, così come sarebbe ingiusto ridurre Napoli ai suoi personaggi più outrê, alle sue contraddizioni o alle immagini che altri hanno costruito per raccontarla.

Posso assicurare che il culto non si è mai interrotto. Anche chi scrive andava quasi ogni lunedì all’aneme ‘o priatorio, ovvero San Pietro ad Aram, con i miei genitori. Vi ho conosciuto una devozione in cui la richiesta di numeri al lotto non aveva alcun posto. Ci si andava per pregare, per affidare ai morti una preghiera, per mantenere una consuetudine che apparteneva alla vita quotidiana.

Era una lezione di dignità, fede e appartenenza, non soltanto una pratica religiosa.

Note e riferimenti bibliografici

  1. Plutarco, Questioni greche, in Moralia, cap. 40. Riferimento al mito di Eunosto e alla tradizione di Tanagra collegata alla poetessa Mirtide.
  2. Aldo Stefanile, I cento bombardamenti di Napoli. I giorni delle Am-lire, Napoli, Alberto Marotta Editore, 1968 (prima edizione).
  3. Marino Niola, Anime. Il purgatorio a Napoli, Milano, Meltemi, 2022.
  4. Rocco Civitelli, Il cimitero delle Fontanelle. Una storia napoletana, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2012.
  5. Carlo Celano, Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli.Mario Milano editore – 1972 .
  6. Marcello Guarino, «Purgatorio, il culto dei defunti abbandonati e i rituali funebri nella cultura popolare di Napoli», Nuova Rivista di Storia della Medicina, vol. 5, n. 1, 2024, pp. 1–54. https://doi.org/10.13135/2724-4954/10017.
  7. Roberto De Simone, Novelle K 666. Fra Mozart e Napoli. Einaudi- 2007.
  8. Il Giornale d’Italia, «Uno sconcio inqualificabile. Commercio di resti umani nell’Ossario delle Fontanelle», 21 ottobre 1950.
  9. Il Giornale d’Italia, «La nostra inchiesta sull’ossario. La Curia ha svolto indagini ma non ha ritenuto opportuno intervenire», 22 ottobre 1950.
  10. La Croce, «Circa il cimitero delle Fontanelle», 29 ottobre 1950.
  11. Domenico Rea, «Purgatorio», Il Tempo, 13 novembre 1950.
  12. Corrado Ursi, prammatica sul culto dei defunti e dei loro resti mortali, 29 luglio 1969, pubblicata in Ianuarius.

Articolo e disegni sono opera di Antonio Nacarlo. Ogni riproduzione è vietata.

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